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Assassin’s Creed Origins Gold Edition, Recensione PS4

Era il 13 novembre 2007 e quindi sono già passati dieci anni da quel giorno in cui un si affacciava al mondo dell’industria videoludica, un chiacchieratissimo, pubblicizzatissimo e controverso Assassin’s Creed approdava su PS3 e Xbox 360 con qualche mese di anticipo rispetto alla controparte Pc Windows. Assassin’s Creed Origins, è stato pubblicato il 27 ottobre scorso, contemporaneamente a Wolfenstein II: The New Colossus e Super Mario Odyssey. Action adventure in terza persona con predilezione alle fasi di infiltrazione, l’ultima fatica di Ubisoft Montreal arriva al grande pubblico dopo un anno di pausa forzata, mitigata in parte dal film con Michael Fassbender come protagonista. Ed arriva quindi dopo due anni da Syndicate, ambientato nella Londra Vittoriana, e con una importante sfumatura ruolistica.

Noi vi parliamo della Gold Edition per PS4 che include il season pass del gioco.

LE ORIGINI DELLA GUERRA ETERNA

Assassin’s Creed Origins ci riporta intorno al 50 a.C. per la prima volta nella storia dell’intera saga. Si era partiti dai tempi delle Crociate e poi si è andati sempre verso i giorni nostri. Dopo i fasti e i nefasti di epoca Vittoriana con Assassin’s Creed: Syndicate, quindi, si fa un bel salto nel passato di oltre duemila anni.

Siamo al tempo di Re Tolomeo XIII, fratello di Cleopatra, in guerra con la sorella e tiranno dal cuore poco tenero. Il giocatore assume le parti di Bayek di Siwa, l’ultimo dei Medjay, guardie del corpo del Faraone che hanno una tradizione millenaria. Andati in fumo millenni di fedeltà al proprio signore, a Bayek non resta che difendere con tutti i suoi mezzi il popolo dell’Antico Egitto dai soprusi, dalla tirannia e dall’ingiustizia.

Senza rivelare molto della trama, qui possiamo dire che Bayek – in maniera vagamente simile a Ezio Auditore da Firenze – è mosso principalmente da un’inesauribile sete di vendetta nei confronti di cinque congiurati che hanno attentato alla sua vita e all’esistenza stessa dell’impero egizio. Le origini, a cui il titolo del gioco accenna, sono quelle della Fratellanza degli Assassini o meglio: quella che sarebbe divenuta, secoli dopo, la Fratellanza. Qui si narra anche dell’eterna guerra tra coloro che abbiamo sempre conosciuto come Templari e Assassini ma, coerentemente, qui hanno nomi e diversi seppur analoghe motivazioni.

Altro piccolo dettaglio che possiamo accennare è la presenza, finalmente più interessante e ben orchestrata, di sessioni di indagine ai giorni nostri, affidati alla brillante scienziata Layla Hassan, che trova il modo di rivivere i ricordi di Bayek senza soffrire i terribili effetti collaterali dati dall’uso intensivo dell’Animus.

LA GUARDIA DEL FARAONE

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Come abbiamo accennato più su, Bayek di Siwa è il nome del protagonista di Assassin’s Creed Origins, alter-ego del giocatore per la maggior parte del tempo, insieme a Layla Hassan che, tuttavia, viene impersonata per meno tempo. Bayek è un Medjay, una figura molto vicina al Faraone, una guardia del corpo ma anche un addetto alla sicurezza, una sorta di poliziotto con poteri di giudice e boia, se lo volesse. Un vicario del Faraone, un suo rappresentante quando e dove il Faraone non può intervenire.

Questo, almeno, sulla carta, perché si fa molto presto a capire che Bayek è caduto in disgrazia, il suo status di Medjay è ricordato solo dal popolo e dai suoi amici e su questo egli adotta un codice di condotta che non può servire un Faraone corrotto e crudele come Tolomeo XIII, ma può servire a proteggere e servire un popolo sempre più disperato, come quello d’Egitto.

Come in ogni Assassin’s Creed, il protagonista può camminare, correre, arrampicarsi su edifici di ogni ordine di grandezza, buttarsi di sotto dove è morbido, gettarsi nelle acque del Nilo o dei laghi presenti, immergersi. Bayek può anche combattere ed è qui che entra in campo una clamorosa novità: è stato bandito il vecchio modo di ingaggiare e far fuori coloro che ci minacciano. Adesso le fasi di combattimento sono molto più profonde e curate, si nota moltissimo l’influenza di For Honor: possiamo portare fendenti leggeri e veloci, lenti e pesanti (utili anche a spezzare le difese degli avversari più ostici), caricare colpi potenti, schivare quelli non bloccabili, parare con lo scudo.

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A tanta varietà durante il combattimento viene in soccorso tantissima varietà di armi, scudi e archi: armi bianche, in asta, pesanti, mazze, bastoni, archi da guerra, da caccia e archi leggeri. Insomma, c’è tutto quello che serve per non stancare né limitare le possibilità offerte ai giocatori e allo stile di gioco di ciascuno.

Prendendo in prestito elementi da videogiochi di ruolo d’azione, Assassin’s Creed Origins pone sul piatto dell’offerta un sistema di punti esperienza da accumulare tramite esplorazione, combattimenti, incarichi portati a termine, missioni compiute. L’esperienza riempie una barra che, al suo completamento, fa scattare il livello di potenza superiore: danni e salute vengono aumentati automaticamente, mentre al giocatore è concessa la facoltà di scegliere quale ramo di tre espandere oppure tenerli tutti equilibrati: Cacciatore, Guerriero o Veggente recano con sé tutte le abilità che renderanno, Bayek, un’arma umana pronta ad uccidere le sue prede senza lasciare traccia o quasi.

Nulla di nuovo su questo fronte: tra videogiochi di ruolo che ci hanno abituati da decenni, e giochi d’azione quali Tomb Raider (dal 2013) con tutte le seguenti uscite che ammiccano al lavorone di Crystal Dynamics (Horizon Zero Dawn, giusto per citare uno degli ultimi) siamo abituati a vedere tre alberi di abilità da sbloccare. Quello che suona nuovo è vederlo in Assassin’s Creed Origins, unitamente alla presenza delle immancabili materie prime che vanno a potenziare anche armi e armature che usa Bayek. Se cercate un gioco vario nella gestione del personaggio, Origins potrebbe fare al vostro caso.

ANTICO EGITTO AL TRAMONTO

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L’Antico Egitto preparato per noi da Ubisoft è, di per sé, enorme (e col season pack ed ulteriori aggiornamenti gratuiti di cui abbiamo parlato qui e di cui segnaliamo velocissimamente la ventura Modalità chiamata Discovery Tour che permette di fare un giro turistico dell’Antico Egitto, lo sarà di più). Se si volesse percorrere la diagonale della mappa passerebbero davvero delle ore e quello che sorprende più di tutto è che non si tratta di una mappa vuota o sterile di contenuti. Bayek può viaggiare in lungo e in largo grazie a cammelli o cavalli, non manca il “viaggio rapido” per i giocatori più pigri ma previa scoperta del punto di interesse e del suo “sblocco” sulla mappa. Nulla che non fosse già in opera da The Elder Scrolls IV: Oblivion o il ben più recente The Legend of Zelda: Breath of the Wild. L’esplorazione, dunque, è una parte fondamentale in Assassin’s Creed Origins e un grande aiuto proviene da Senu, l’aquila di Bayek, che può aiutare tantissimo nello scovare punti, oggetti e personaggi di interesse.

Bayek parte da Siwa, piccola città d’origine del protagonista ma la sua epopea lo porterà ai quattro angoli dell’impero ellenistico che ha ereditato il millenario impero dei Faraoni. Giza e le sue Piramidi, Alessandria con la sua biblioteca ed il leggendario faro, Cirene la cosiddetta “Atene d’Africa” con i suoi templi in stile greco, Menfi l’antica capitale dell’Impero d’Egitto sono pronte per essere (ri)scoperte e visitate alla luce di un punto di vista che non è archeologico ma quello di un cittadino dell’Antico Egitto vissuto nel quinto decennio prima dell’arrivo di Cristo nella storia dell’umanità. Quel vago senso di “turismo virtuale” che non sentivamo dai tempi di Assassin’s Creed II, finalmente ritorna a dare un senso tutto nuovo e affascinante alle parole “esplorazione” e “scoperta”.

Per esplorare e scoprire, lo ribadiamo, ci si affida agli occhi di Senu, l’aquila di Bayek. Il famigerato “occhio dell’aquila” di Desmond, Altair ed Ezio, quindi, cede il posto al più corretto “impulso dell’Animus” che evidenzia oggetti e persone nelle immediate vicinanze. Per scovare invece nemici, obbiettivi e altri punti sensibili, bisogna affidarsi ad una vera aquila. Questa può arrivare ad aiutarci, sbloccandone un’abilità che permette di distrarre un nemico particolarmente zelante, permettendoci di sgattaiolare via o di neutralizzarlo con molta facilità.

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Assassin’s Creed Origins procede con i giusti ritmi narrativi, la presenza di scene d’azione, boss-fight ed evoluzione del personaggio tramite un sistema mutuato dai videogiochi di ruolo d’azione senza strappi, senza intoppi e senza aver generato, durante la prova, la delusione tipica dell’occasione sprecata: delusione che ci ha accompagnato dall’uscita di Assassin’s Creed III in poi.

Origins, invece, colpisce nel segno, sia il novello giocatore che colui che ha seguito la storia fin dal principio, fedelmente, nonostante tutto. Ammicca anche al lungometraggio con Michael Fassbender e Jeremy Irons, generando una “continuity” di contenuti e sotto-trame che, a chi vi scrive, fa solo piacere.
A pescare i soliti peli nell’uovo bisogna evidenziare la proverbiale, scarsa, percezione dei nemici, glitch grafici all’ordine del giorno (ma è anche naturale in un gioco immenso come questo, come lo è su Skyrim o Red Dead Redemption o GTA 5), fluidità che crolla rovinosamente durante i caricamenti (ma questa, forse, può essere dipesa da una scarsa manutenzione alla PS4 da parte nostra). Se, infine, come il sottoscritto, vi dedicate alle attività secondarie prima di proseguire, vi ritroverete ben più potenti del livello richiesto dalla trama del gioco, rendendo l’esperienza estremamente semplice anche a difficoltà più elevate. C’è ben poco da discutere sul fronte tecnico: il gioco è praticamente inattaccabile, bellissimo a vedersi, fluido e sempre più supportato e ottimizzato.

IL CONTENUTO DEL SEASON PASS

  • DLC 1 – The Hidden Ones: Questa espansione si concentra sulla storia e si basa sulla crescita della Confraternita, portando i giocatori anni dopo gli eventi di Assassin’s Creed: Origins e mettendoli di fronte alle ostili forze Romane in una nuova regione. Questa espansione amplierà il livello massimo, permettendo ai giocatori di far progredire ulteriormente il proprio personaggio. Disponibile da gennaio 2018.

  • DLC 2 – The Curse of the Pharaohs: In questa espansione incentrata sulla mitologia Egizia, i giocatori combatteranno contro faraoni non morti ed esploreranno un nuovo e mistico reame. Durante il viaggio, incontreranno famigerate bestie egiziane al pari dei guerrieri di Anubi, scorpioni e molto altro, mentre investigano la causa della maledizione che ha riportato in vita i faraoni. The Curse of the Pharaohs aumenterà ulteriormente il livello massimo e introdurrà nuove abilità. Disponibile da marzo 2018.

  • Pacchetti Horus e Centurione Romano: Due esclusivi contenuti aggiuntivi che includono nuovi outfit, armi, scudi e montature. Disponibile da novembre 2017.

  • Un pacchetto di 500 Crediti Helix. Disponibile al lancio del gioco.

  • Un’esclusiva arma rara, la Lama della Calamità. Disponibile al lancio del gioco.

COMMENTO FINALE

Assassin’s Creed Origins è un gioco d’azione e avventura in terza persona, con elementi da gioco di ruolo e free roaming, sviluppato da Ubisoft Montreal dopo un anno di pausa da Synidcate. Il nuovo capitolo della saga Racconta delle avventure di Bayek, una guardia del Faraone caduta in disgrazia e che deve vendicarsi di torti subiti, mentre in prospettiva si narrano le origini della Confraternita degli Assassini e del loro conflitto con quelli che poi diventeranno i Templari.

Sul versante grafico e sonoro c’è ben poco da sindacare. Il gioco offre un altissimo livello di dettaglio, ottime animazioni, pochi glitch e bug grafici in relazione alla vastità degli ambienti e del numero di personaggi che si muovono a schermo. La colonna sonora è di tutto rispetto, gli effetti sonori ben resi e il doppiaggio originale non ci è sembrato affatto male. C’è anche la possibilità di giocare con il doppiaggio in italiano, previo scaricamento di una patch di traduzione a parte: l’interpretazione delle voci nostrane è generalmente buona molto, con pochissimi picchi negativi.

Joypad alla mano, invece, abbiamo trovato sensibili differenze rispetto ai passati Assassin’s Creed e ben più di un’analogia con il più recente Watch Dogs 2 che “condividono lo stesso universo”. Le fasi di studio dell’area, di infiltrazione, di combattimento sono tutte ben studiate e ci sono risultate ben amalgamate tra loro. La gestione del personaggio, delle abilità e degli equipaggiamenti fa tanto videogioco di ruolo ma anche – tantissimo – Horizon Zero Dawn da cui sembra che Ubisoft abbia preso qualche licenza. Ma se guardassimo al passato sarebbe anche lecito affermare che il Tomb Raider del 2013 abbia imposto diversi standard agli aspetti legati ad oggetti e abilità.

Pregi

Tecnicamente valido. Varietà mista a quantità di cose da fare. Gli elementi da gioco di ruolo motivano a svolgere attività secondarie alla storia. Personaggi ben caratterizzati e trama avvincente. Sistema di combattimento più profondo. Fasi di infiltrazione ben rese. Ambientazione estremamente affascinante. Season Pass ed altri contenuti gratuiti di livello

Difetti

Intelligenza Artificiale ben poco intelligente in più di un’occasione. Sporadici (e fisiologici) glitch grafici. Dedicarsi alle attività secondarie rende il gioco più facile e meno bilanciato. Sul modello base PS4 la fluidità crolla pesantemente in più di un’occasione.

Voto

9-

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For Honor, Recensione PlayStation 4

Vichinghi, Cavalieri e Samurai. Tre universi storici che danzano in contemporanea per la conquista della gloria, anzi dell’onore. E For Honor, titolo in terza persona, li riunisce in un turbinio d’azione ed in una lotta senza quartiere.

Fin da quando venne annunciato, il pubblico ha avuto una forte aspettativa da For Honor che ha avuto fasi Beta molto frequentate e che dallo scorso 14 febbraio è disponibile su Pc Windows, PlayStation 4 ed Xbox One.

Ambientato in un medievo di fantasia, il titolo mette il giocatore nei panni di un guerriero appartenente, appunto, ad una delle tre fazioni presenti: Vichinghi, Samurai oppure Cavalieri che si combattono, senza esclusione di colpi, per decretare quale sia la fazione più forte del mondo di gioco.

IL MILITE IGNOTO

Trattenuti da una tregua che non accontenta nessuno, cavalieri, vichinghi e samurai vengono spinti oltre ogni indugio ad impugnare le armi. La colpa di questo conflitto è di Apollion, comandante della Legione di Ossidiana, che non desidera altro che vedere il mondo bruciare e i guerrieri vivere per ciò che sanno fare meglio: combattere.

La storia di For Honor, tirando molto le somme, è tutta qui. Il giocatore viene chiamato ad impersonare i protagonisti della storia, spesso anonimi, che vengono identificati solo tramite la loro classe di appartenenza (l’Orochi e la Valchiria, per fare un paio di esempi). Si viene, così, a sapere perché questa “dea della guerra” abbia scatenato un così grande conflitto e quali motivazioni spingono i combattenti sui campi di battaglia.

La trama, per pochi tratti, risulta anche interessante e godibile, ma quello che non abbiamo apprezzato fino in fondo è l’assoluta assenza di carattere dei personaggi: semplici pedine nella scacchiera, quasi senz’anima e con un solo scopo, che è quello di uccidere tutto quello che si frappone tra loro e l’obbiettivo da raggiungere. E’ un peccato, perché le basi di un’ambientazione indimenticabile c’erano tutte, ma subito crollano quando si capisce che tutti parlano dietro i propri elmi, dei nostri alter-ego si vedono solo gli occhi oppure solo la bocca (quando siamo fortunati) e sono parecchio lontani dall’essere considerati “espressivi”. Il doppiaggio totalmente in italiano si difende bene, ma è davvero difficile dare un tono a delle armature vuote.

Nell’arco di un pomeriggio si arriva ai titoli di coda e la sensazione – per niente sorprendente – è quella di aver giocato un lungo e gustoso tutorial che ci prepara al vero punto forte dell’offerta: la competizione online. Niente di strano e nulla da eccepire: è almeno dai tempi del primo Modern Warfare che il giocatore solitario, in certi tipi di giochi, completa una sorta di lungo tutorial. Anche Battlefield non fa eccezione. Tuttavia, qui, diversamente da molte altre produzioni, si può giocare in cooperativa con un amici, purché si abbiano due console, due giochi e due abbonamenti Ps-Plus (nel caso si giocasse su PlayStation 4, come abbiamo fatto noi).

PER L’ONORE

For Honor offre il meglio di sé nel comparto multigiocatore online. Qui si trovano diverse modalità di gioco, tutte ben studiate e avvalorate da ambientazioni davvero spettacolari. La migliore delle modalità risulta essere quella del Duello, 1 contro 1, l’unica modalità in cui la qualità del proprio equipaggiamento vale poco e la bravura di chi gioca è molto più importante. In questa modalità si assapora tutta l’essenza di For Honor, il suo sistema di combattimento atipico. Con la levetta destra si sposta la guardia in direzione destra, sinistra oppure alto. Con la sinistra di muove il personaggio, con i grilletti di destra si effettuano colpi veloci e deboli o lenti e potenti. Si può parare, contrattaccare, schivare, prendere, proiettare e – alla fine – giustiziare il proprio avversario con una rapida e veloce “fatality” che oltre a garantire, talvolta, una minima dose di raccapriccio funge da fugace e povera rigenerazione da eventuali ferite. For Honor offre anche scontro 2 contro 2 e 4 contro 4. Non esiste il “tutti contro tutti”, ci si schiera sempre a squadre e l’alternativa alla modalità di gioco che prevede il controllo di tre territori è l’eliminazione, che non ammette rientro in partita in caso di morte prematura del nostro alter-ego.

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Tecnicamente parlando assistiamo a qualcosa di portentoso. Sebbene siamo lontanissimi da concetti quali “miglior grafica in assoluto”, niente risulta fuori posto. Il livello di dettagli è molto elevato, ogni parte della mappa sembra studiata con cura, quasi possiamo sentire gli odori di quelle mappe in cui si corre e si menano fendenti. Anche il sonoro è convincente, soprattutto negli effetti sonori. Dimenticabile ed anonima ci è sembrata la colonna sonora, forse l’unica cosa poco ispirata e che non ci ha impressionato particolarmente. La risposta ai comandi, generalmente, è buona. Siamo certi che giocare in condizioni hardware migliori o senza fastidiosa latenza agli input che diamo possa far salire l’apprezzamento ad un’esperienza ottimale.

La Guerra tra Fazioni è la componente più intrigante che ci sia dato da segnalare, perché mette in pratica, in maniera trasversale e sulla mappa del mondo di gioco l’esito delle battaglie giocate su Pc, PlayStation 4 e Xbox One. Ogni partita portata a termine frutta delle risorse di guerra da impiegare in un territorio da attaccare o da difendere. Ogni giocatore concorre in questo impiego di risorse e definisce se la propria fazione difende e conquista, espandendo i propri possedimenti oppure perde e mostra il fianco agli invasori. Al termine del ciclo vitale di For Honor, ogni stagione di guerre viene passata agli atti e scriverà la storia del futuro del mondo fantasy che difendiamo e conquistiamo. Intrigante, coinvolgente e davvero ben studiato.

SENZA ONORE

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Troviamo che For Honor sia un grandissimo gioco. Imperfetto come tanti, come tutti i giochi pubblicati, tuttavia studiato in una maniera che sorprende, se si pensa a tutte le polemiche che Ubisoft ha suscitato negli ultimi anni. Uno dei più grandi nei, a nostro parere, è la richiesta di connessione permanente ai server di gioco, che limita la fruizione ai soli giocatori che hanno accesso alla Rete. Mentre il secondo più grande limite è dato dalla natura multigiocatore di For Honor, che tiene lontani coloro che cercano più varietà. Nonostante la presenza di dodici personaggi, tutti opportunamente caratterizzati per stile di scherma e abilità, dopo lunghe sessioni e molte ore di gioco, “l’esplorazione” di For Honor si esaurisce. Affrontare il titolo Ubisoft come un’avventura o una scalata lascia con l’amaro in bocca chi cerca storia, collezionabili (che pure non mancano, ma sono meno che altrove) e continue novità.

E’ un discorso che vale per For Honor quanto per uno sparatutto online (Battlefield) o un picchiaduro (Mortal Kombat), perché a questi due generi il gioco di Ubisoft Montreal si affaccia pur volendo mantenere una propria identità definita. E’ per questo motivo che un utente che non sia affascinato né da uno stile ridondante come quello di un picchiaduro classico né da situazioni di battaglia online sotto pressione in mappe di numero finito come il più apprezzato degli sparatutto non sarà mai attratto dalla prospettiva di investire il suo tempo libero nel pur affascinante mondo di For Honor.

Tra le imperfezioni da segnalare, sicuramente, l’assoluta mancanza di sportività e di “onore” in molti giocatori. Basta poco, infatti, per rendere una bella battaglia un mischione caotico e congestionato, in cui si scambiano fendenti alla cieca colpendo nemici ed amici finché uno non resta in piedi. I più impreparati, poi, avranno molto da dire circa le continue proiezioni a proprio danno: avversari che li afferrano e li buttano giù dai dirupi senza concedere la minima possibilità di tirare due fendenti. In quest’ultimo caso, basta apprendere come rispondere e divincolarsi dalle prese, ma al pestaggio selvaggio che spesso si scatena quando una squadra resta in maggioranza numerica no. La presenza di una “modalità vendetta” che si attiva quando subiamo troppi colpi e ci rende forti ed invincibili per qualche secondo, certamente, non basta. Bisognerebbe tornare ad abusare di un trucco che in molti hanno dimenticato nel corso degli anni: usare il buonsenso, oltre che ad essere sportivi.

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COMMENTO FINALE

For Honor è una delle nuove IP che promettono di costellare questo 2017. Fondamentalmente si tratta di un picchiaduro in terza persona, con telecamera vicino alle spalle del protagonista e offre quasi ogni modalità presente nei picchiaduro più classici – uno contro uno e due contro due, senza disdegnare le licenze in stile Moba – come le modalità Deathmatch o Dominio – e quando lo si affronta in solitaria sembra di giocare una moderna declinazione dei vecchi ed appassionanti picchiaduro a scorrimento che tanto andavano in voga negli anni ‘90.

La modalità storia, sebbene contempli la possibilità di essere giocata in cooperativa, è legata comunque a doppio filo alla connessione costante ai server di gioco, tagliando fuori tutti i curiosi/interessati che non hanno o non possono giocare For Honor se privi di connessione alla Rete. Si finisce in una manciata d’ore e non regala molti acuti, ma solo bellissimi scorci che anticipano lo sfondo delle battaglie online, vero nucleo dell’offerta del gioco.

Tecnicamente risulta molto curato, le animazioni sono molto convincenti e le ambientazioni semplicemente bellissime. Il gioco competitivo online è stimolante e divertente, ma a patto di armarsi di tanta pazienza e tanta voglia di apprendere “l’arte della guerra” o, come preciseremmo noi, l’arte della spada.

Già, perché ogni fazione ha la propria tecnica di scherma e padroneggiarle tutte richiede tempo, costanza, apertura mentale e, in ogni caso, tanta pazienza. For Honor è pensato per essere un gioco competitivo di squadra o di singolar tenzone, dove da semplicemente il meglio di sé e permette anche ai più bravi di aver la meglio su chi, relativamente, parte con il vantaggio di un equipaggiamento migliore.
For Honor non inventa un nuovo genere, forse, ma indubbiamente resta un faro nella notte in un settore, quello dei picchiaduro, che offre molto poco e sicuramente poco di originale da anni.

 

Pregi

Decisamente il titolo più singolare degli ultimi anni. Unisce tutti gli aspetti dei picchiaduro e dei competitivi online. Ambientazione medievale fantasy di tutto rispetto. Gameplay profondo e vario. Tecnicamente impressionante.

Difetti

Modalità storia trascurata. Scarso carisma dei personaggi della modalità storia. Senza un gruppo affiatato le mischie e le battaglie di gruppo rischiano di essere troppo caotiche e poco divertenti. Community sempre poco cortese e poco cavalleresca.

Voto

8,5

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Watch Dogs 2, Recensione PlayStation 4

Ubisoft Montreal segue il treno dei giochi ambientati in città liberamente esplorabili, con una certa costanza dai tempi, di Assassin’s Creed. Si è anche data da fare per imporre un progetto che, pur odorando di Grand Theft Auto V, fosse a suo modo originale e carismatico: Watch Dogs. Non è questa la sede per approfondire quanto deludente fosse il risultato finale rispetto alle premesse/promesse iniziali, tuttavia l’esperimento a base di hacker, Grande Fratello e cospirazioni ha funzionato, ha convinto a tal punto da spingere gli sviluppatori a confezionare Watch Dogs 2.

DA CHICAGO A SAN FRANCISCO

Watch Dogs 2 prosegue, linearmente, la storia iniziata con il suo predecessore, ma cambia l’ambientazione – si passa da Chicago a San Francisco – e il protagonista: l’attempato Aiden Pierce lascia lo spazio al ventiquattrenne Marcus Holloway.

La premessa che scatena le attenzioni di Marcus e del gruppo di hacker DedSec è semplice: nonostante a Chicago, il sistema di controllo e sorveglianza dei cittadini si fosse rivelato fallace, è stato installato a San Francisco il central Operating System (ctOs) nella sua versione 2.0. L’obbiettivo di Marcus e soci è quello di dimostrare alle persone che questo modo di promettere sicurezza e controlli, in realtà, non è garanzia di vite più serene e tranquille.

Al giorno d’oggi, per risvegliare le coscienze non basta fare cose eclatanti come un blackout o un attentato ad una multinazionale. Occorrono “follower” sui social network: che possano così supportare il messaggio da veicolare. Nel caso della DedSec, più seguaci ottiene via social network, più potenza di calcolo condivisa può sfruttare per aggirare sistemi di sicurezza sempre più complessi. Watch Dogs 2 chiama, dunque, il giocatore, a inanellare una serie di virtuosismi dell’hacking (ma anche video e foto virali per i social) così da unire utile e dilettevole: far conoscere gli altarini delle multinazionali e ottenere sempre più potere per scomodare persone sempre più potenti.

Il cambio di ambientazione ha permesso a Ubisoft Montreal di sbizzarrirsi sul piano degli sfondi e degli scorci: litorali oceanici, colline, zone pianeggianti, collinose, montagnose. Con la sua posizione geografica, San Francisco, risulta essere il teatro perfetto per muovere il vulcanico Marcus.

AZIONE, INFILTRAZIONE, ESPLORAZIONE

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Watch Dogs 2 si fonda su tre pilatri fondamentali: esplorazione, azione ed infiltrazione. L’esplorazione, imprescindibile aspetto che fa la fortuna e gran parte del divertimento in un gioco che propone un’ambientazione vasta come quella di una metropoli americana della costa occidentale. San Francisco è piena di posti particolari, monumenti più o meno naturali da scoprire (e fotografare con il proprio smartphone). Nei suoi anfratti riposano anche borse piene di denaro ed altri tipi da collezionare che fanno la gioia dei giocatori che amano scoprire e sbloccare ogni elemento di gioco. L’esplorazione paga anche in termini di gioco di trama, perché permette di scoprire itinerari e vie di accesso/di fuga che tornano utili durante le missioni in cui bisogna infiltrarsi o fuggire.

Le fasi di infiltrazione sono molto simili a quanto visto nel primo Watch Dogs, in vari Splinter Cell e negli ultimi Assassin’s Creed, sia per animazioni che per azioni da poter compiere. Il valore aggiunto a Marcus è il potente smartphone che trae sempre più potenza con il progredire del gioco. Se in passato bastava premere un pulsante per innescare una sola reazione, adesso le opzioni sono state aumentate almeno a quattro e sono più o meno letali per chi si trova nel raggio d’azione del dispositivo colpito. Possiamo limitarci a farlo suonare oppure esplodere: la scelta è nostra.

Le fasi d’azione sono prevalentemente di tipo scontro a fuoco, con armi convenzionali quali pistole, uzi, fucili assortiti. Marcus porta sempre con sé anche uno storditore elettrico: una pistola non letale che spara proiettili elettrici che fanno svenire la vittima dopo un potente elettroshock.

MEGLIO SOLI O MALE ACCOMPAGNATI?

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Watch Dogs 2, come quello che lo ha preceduto, propone una modalità multigiocatore “fusa” con la modalità solitaria – ma chi vuole può disattivare questa opzione – e in ogni momento, la “nostra” San Francisco può essere invasa da persone che possono essere più o meno nocive per la nostra esperienza. Con l’amico giusto si possono giocare le numerose missioni studiate per essere completate in cooperativa oppure sfidarsi in gare o prove di abilità. Altri tipi di utenti possono invadere la nostra partita con finalità tutt’altro che amichevoli – come nel primo Watch Dogs – e pertanto innescano una sana caccia all’hacker, la cui finalità è quella di liberarsi dell’ospite indesiderato.

Troviamo questa modalità di gioco sempre connessa abbastanza sgradevole e preferiamo di gran lunga l’approccio di Rockstar Games con il suo Grand Theft Auto V: modalità storia e multigiocatore rigorosamente separate. Pensateci: siamo impegnati a seguire la storia con un certo interesse e d’un tratto – senza avviso né preavviso – ci troviamo con amici e/o nemici che ci mettono i bastoni tra le ruote, stemperando la tensione narrativa. Con tutto il bene o il rispetto che si può avere nei confronti di amici ed avversari, è inevitabile pensare che la festa sia stata rovinata da uno che si auto-invita senza chiedere e che inizia a far più danno che bene.

Il gameplay è solido, in larga parte mutuato dal primo Watch Dogs, in buona parte ispirato a Grand Theft Auto V con quel pizzico di parkour in più che non guasta (e che fa ben sperare per i prossimi Assassin’s Creed, vista la buona fattura delle animazioni).
Parkour a parte, anche le sessioni di infiltrazione risultano molto convincenti e non obbligano ad un solo approccio. Grazie ad un sapiente level design si può andare avanti senza essere scoperti, dando fondo alle nostre riserve di hack per distrarre o stordire chi si oppone alla nostra avanzata, oppure impugnando diversi tipi di armi e sparando a tutto ciò che si muove. La scelta, come al solito, è delegata al giocatore.

COMMENTO FINALE

Watch Dogs 2 è un gioco d’avventura, d’azione e di libertà esplorativa in terza persona. Si può procedere a piedi o con mezzi di trasporto, eredita la base gettata dal suo predecessore ma la espande, la cesella, la migliora praticamente in ogni aspetto possibile ed immaginabile. Il cambio di protagonista ci ha fatto storcere un po’ il naso. Se non fosse per il fatto che si comporta come un ragazzino e si veste come se fossero i vestiti a scegliere lui e non viceversa, passerebbe anche per “macchietta”. I suoi compagni di avventure, i membri del DedSec, risultano anche più caratterizzati di lui, a tratti più carismatici.

San Francisco è ricostruita bene, ma come ogni città appartenente al genere del “free roaming”, fa più da parco giochi a disposizione del giocatore che da contesto metropolitano in cui siamo chiamati ad agire. Al di là di questo è ben animata, pulsante di vita, i cittadini in macchina e a piedi reagiscono con una certa coerenza tanto a quel che facciamo noi che a quello che capita intorno, senza che noi ne siamo colpevoli.

Watch Dogs 2 è rivolto agli inossidabili cultori di giochi che offrono grande libertà esplorativa, come Grand Theft Auto, Just Cause, per intenderci. Non sarà il miglior gioco dell’anno, ma certamente uno dei migliori su cui puntare, specie se si cerca aria fresca dopo tante ore spese a Grand Theft Auto V.

Al netto, fra pregi e difetti, ne risulta un gioco che ha più luci che ombre: divertente, ben fatto e con una storia che riesce a tenere alto l’interesse. Animazioni, scene di intermezzo e doppiaggio sono di livello medio alto, l’intelligenza artificiale non si distingue per essere estremamente fallace ai limiti del ridicolo e in più di un’occasione è risultata coerente, sorprendendoci non poco. Da contraltare troviamo uomini e donne over 25 che si vestono e atteggiano come quindicenni, glitch e piccole incertezze di illuminazione e fisica (ma se per Skyrim erano valori aggiunti, ci chiediamo perché oggi non lo siano più) ed un sistema di controllo che spiazza un po’ i veterani del primo Watch Dogs, almeno durante le prime ore di gioco.

Pregi

Buon doppiaggio in italiano, buone le animazioni. Mondo di gioco vasto, vario e ben realizzato. Trama dai ritmi ottimi. Personaggi, tutto sommato, memorabili. Intelligenza Artificiale sopra la media. Città quanto mai viva, pulsante e abbastanza coerente con quello che fa il giocatore.

Difetti

Hacker ragazzini-troppo-cresciuti che diventano gli eroi di San Francisco? Ordinari difetti tipici degli open world quali glitch grafici e “cali di zuccheri” del motore fisico. Sistema di controllo che necessità di qualche ora di pratica per essere padroneggiato.

Voto

8,5

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