Archivi categoria: Recensioni

Ultimate Racing 2D, Recensione Pc

Non è facile trovare un racing sportivo 2d nel 2018. Il genere andava di moda soprattutto negli anni ’80 e fino ai primi anni ’90. Poi titoli sempre più complessi e votati alla simulazione hanno avuto il sopravvento.

Ricordiamo tra questi Hot Rod, di SEGA, titolo arcade uscito nel 1988 e convertito anche per i computer e console ad 8 e 16 bit dell’epoca, e l’italianissimo Warm Up firmato da Genias e pubblicato nel 1991

In tempi più recenti, il mercato indie ricorda New Star GP.  Ecco quindi che arriviamo rapidissimamente ai nostri giorni per parlarvi di un nuovo titolo che va a rinfoltire i ranghi di questo genere dedicato soprattutto ai nostalgici o a chi ama il 2d.

Ultimate Racing 2D, pubblicato lo scorso 24 maggio su Steam per Pc, è la nuova fatica di Applimazing, un team indie olandese che ha maturato esperienza in campo mobile pubblicando anche Formula Racing 2D che in sostanza ha fatto da base per questo nuovo gioco di cui vi parleremo.

Buona lettura.

TANTI CONTENUTI

Ultimate Racing 2D si presenta subito per la mole di contenuti presenti. L’offerta per il giocatore è veramente ampia. Sembra quasi di trovarsi di fronte ad una sorta di Gran Turismo, che come si sa offre una quantità invidiabile di contenuti. Soltanto che anziché trovarsi di fronte ad un titolo che ha le velleità di simulare in modo approfondito, qui il tono è piuttosto arcade e votato all’action ma ne parleremo a breve.

Nel gioco troviamo una lista di tracciati interessante con quasi 50 circuiti internazionali di tutti i continenti e di tutte le tipologie. Troviamo location prestigiose e conosciute come Montecarlo o Monza, o anche kartodromi, o ovali con manto diverso tra i quali asfalto, fango e ghiaccio.

Diversi campionati e discipline disponibili con monoposto, kart, ma anche vetture a ruote coperte (turismo ad esempio). Non mancano le gare stravaganti come quelle su limousine o sui trattori e segnaliamo ancora la presenza delle auto storiche, quad e motorbike. Ci sono oltre 300 vetture diverse.

Le modalità variano dalla gara veloce che consente di manipolare diversi dettagli dalle opzioni come ad esempio il numero di concorrenti in pista (fino ad un massimo di 20), il numero di giri o l’usura delle gomme che se attivata obbliga alla sosta ai box. Opzioni un po’ più limitate, ma è giusto che sia così, per le modalità Campionato e per la modalità Carriera che permette di fare una panoramica interessante di tutti i contenuti. È presente anche l’editor per editare i nomi dei team e dei piloti.

Si parte dalla base, ossia dai kart, se si termina il campionato almeno al sesto posto di questa kermesse si sblocca la categoria successiva e così via. Ogni campionato ha regole, tracciati e numero di “tappe” differenti. Si arriva alle formule più prestigiose come la Formula A ed andare oltre. Ogni piazzamento offre sia punti per il campionato che premi in denaro che variano a seconda della difficoltà scelta per l’intelligenza artificiale (facile, media, difficile) e per il campionato (Amatore, Professionista ed Esperto). Con questi proventi è possibile acquistare mezzi sempre più potenti tra quelli messi a disposizione (10 per ogni campionato). Ogni veicolo ha infatti le sue caratteristiche (che non possono essere modificate, però) riguardanti la velocità, il grip, accelerazione e turbo.

Si può scegliere in questa modalità anche, ed è interessantissimo, se effettuare dei giri di prove cronometrate per determinare la posizione in griglia di partenza nella gara: diversamente si parte sempre dal fondo dello schieramento e non è sempre facile trovare la rimonta.

Va da sé che ogni campionato ha il suo iter per numero di gare o meno. Alcune competizioni prevedono anche l’uso del turbo (nei kart ad esempio è precluso).

Insomma, dal punto di vista contenutistico è senza dubbio un’offerta interessante anche per varietà e longevità: c’è anche la possibilità di giocare online con altri 19 avversari.

Manca, però, se vogliamo essere puntigliosi, un editor reale per le vetture e la possibilità di personalizzarle modificandone le caratteristiche che rimangono fisse e non possono essere aggiornate. L’unico “aggiornamento” che si può fare è quello di cambiare i nomi a squadra e piloti ed acquistare un veicolo più potente. Manca così una vera e propria sensazione di progressione che si avverte solo nell’accumulo di soldi e nella possibilità di acquistare veicoli più potenti che permettono per forza di cose, prestazioni migliori anche se è possibile fare un buon lavoro anche con mezzi meno performanti. Per il resto, c’è massima libertà di giocare quante volte si voglia qualsiasi campionato e con qualsiasi vettura a patto di aver sbloccato quel determinato campionato ed avere la moneta per acquistare quell’auto.

Mentre mancano alcune opzioni per la personalizzazione delle stagioni e dei campionati a nostro avviso. Sarebbe utile, infatti, poter modificare il sistema di punteggio che non ci piace un granché. Inoltre sarebbe stato bello offrire punti per la pole position o per il giro veloce come in alcuni campionati GT o di Formula viene fatto.

GAMEPLAY IMMEDIATO E DISCRETAMENTE PROFONDO VOTATO ALL’ACTION

Il gameplay di Ultimate Racing 2D è immediato. Tantissima azione ovviamente ma c’è anche un po’ spazio per un pizzico di tatticismo e per l’attenzione perché ogni uscita di strada ed ogni contatto può essere decisivo. Inoltre le prestazioni tra un veicolo all’altro sono effettivamente differenti per cui anche lo stile di gioco ne risente.

È positivo che anche con un mezzo più scarso si possa competere con gli altri ma a patto, giustamente, di dosare bene la velocità e di trovare traiettorie pulite. Le uscite di pista rallentano parecchio e rendono arduo il recupero a meno che il proprio veicolo non sia nettamente superiore e quindi permetta un poderoso recupero. La “guidabilità” di ogni macchina, kart, monoposto e così via è diversa e troviamo alcune differenze. Ma queste, paradossalmente, sono più evidenti tra i mezzi della stessa categoria che non tra auto di diverse categorie. Guidare un kart sarà certamente diverso dal condurre la motrice di un camion (truck) o un trattore ma, paradossalmente la differenza non si avverte troppo tra camion o limousine o tra una formula o un kart ma tra mezzi della stessa categoria. Tra il kart base e quello più potente c’è un enorme divario, così come tra un trattore ed un altro trattore.

La sfida, comunque, rimane interessante anche perché l’intelligenza artificiale si comporta discretamente bene: aggressiva quanto basta ma anche in grado di fare una buona opposizione e di sfruttare gli errori ed in alcuni casi è brava anche a fare ostruzionismo o a indurre all’errore. Certo, fa poco per evitare gli impatti che però non hanno conseguenze sulle prestazioni della vettura che non subisce danno, ma sono molto influenti dal punto di vista prestazionale perché comunque rallentano parecchio.
Un giusto equilibrio per una coperta un po’ corta dovuta sicuramente a questioni di budget. E qui la capacità degli sviluppatori di saper ovviare ad alcune mancanze è evidente. Inoltre, a dare ulteriore pepe, è la possibilità di usufruire del boost. Una sorta di turbo da dosare giro per giro.
Come detto, inoltre, le uscite di pista e le escursioni in superfici diverse dall’asfalto sono rese molto bene e penalizzano, giustamente, le prestazioni. Andare sull’erba o sulla sabbia equivale a compromettere il giro se non la gara stessa soprattutto se condensata in poche tornate. Difficile, ma non impossibile, recuperare. Gioco votato all’azione pura ma senza disdegnare un po’ la sensibilità: non basterà solo pigiare sull’acceleratore.

Inoltre, non c’è una gara monotona in Ultimate Racing 2D e l’azione è molto condensata e divertente. Un pizzico di profondità in più è dato dalla possibilità di entrare ai box per l’usura delle gomme. E questa è tangibile: i tempi con pneumatici non al top si alzano vertiginosamente. Una pecca, però, da segnalare: esiste solo una mescola e tutte le gomme si consumano alla stessa velocità. Se questo in futuro cambiasse e se ci fosse anche la possibilità di scegliere con un altro tipo di mescola (morbida o dura ad esempio ed utilizzare pneumatici da qualifica nei giri di qualificazione) darebbe più profondità e tatticismo ad un titolo votato tantissimo sull’azione.

Tuttavia, una volta trovata la quadra che si concretizza con una discreta sensibilità nei comandi e con la conoscenza delle vetture e dei circuiti i compiti vengono facilitati ed i risultati positivi diventano sempre più costanti.

VISTA DALL’ALTO CON QUALCHE DETTAGLIO GRAZIOSO

L’occhio vuole la sua parte ed anche in un titolo come Ultimate Racing 2D pur presentando un comparto grafico datato ed all’apparenza modesto offre qualche spunto interessante.

La visuale dall’alto, pratica per questo tipo di giochi, in rigoroso 2d (come da titolo, ovviamente) offre delle piste ben riprodotte e con dovizia di particolari nonché di finezze. Montecarlo, Monza ma anche tanti tracciati e kartodromi sono ben riportati. Ve ne sono quasi una cinquantina, un numero interessante per un tipo di giochi del genere, tutti diversi e con proprie caratteristiche. Le tribunette, le protezioni con muretti o con gomme, vie di fuga e quant’altro con contorni abitativi o la presenza di alberi di vario genere. Monza ad esempio è caratterizzato da un’enorme macchia verde, in Bahrein troveremo la sabbia mentre nelle gare con le moto troveremo lo sterrato e così via. Quantità e varietà grafica per le location che fanno certamente bene.

Le vetture, dal canto loro, non differiscono troppo se non per il colore della livrea e per qualche piccolo dettaglio quasi impercettibile. I modelli sono praticamente quelli ed ovviamente differiscono di categoria in categoria. Ci sono anche inquadrature che permettono una sorta di zoom dal quale si evincono di più i singoli particolari ma che non favoriscono il gameplay almeno nelle fasi iniziali perché riducono la visuale d’insieme utile soprattutto per imparare a memorizzare il circuito e vedere il comportamento degli avversari.

Buone, invece, alcune animazioni quando si esce fuori pista: il contatto degli pneumatici con il terriccio o con l’erba fa sollevare materiale per un effetto simil particellare interessante. Ovviamente se pensiamo che si tratta sempre di un titolo che si rifà alla scuola retro.

Il sonoro svolge il suo compito senza particolari estri sia per quanto riguarda la colonna sonora che per gli effetti. Quest’ultimi hanno lasciato più il segno rispetto alle musiche.

COMMENTO FINALE

Ultimate Racing 2D è un titolo da tenere sott’occhio. Gli appassionati dei titoli di corse sportive in stile retro possono esultare perché si tratta di un piccolo gioiello. Allo stato grezzo, tuttavia. Se da un lato i contenuti non mancano (sono anche generosi) e la giocabilità è comunque buona, dall’altro mancano alcune piccolezze che se fossero state presenti (e non è detto che non vengano aggiunte in futuro), avrebbero consegnato Ultimate Racing 2D alla storia.

Ci ha convinto sotto quasi tutti i punti di vista ma in alcuni dettagli un po’ meno. È vero: il gioco offre numeri importanti ma le vetture, anche se sono oltre 300, hanno differenze sostanziali sono minime. Esistono, e ne avevamo parlato, ma le particolarità prestazionali hanno sfumature molto ridotte e sono più evidenti tra i mezzi della stessa categoria.

Inoltre, benché l’intelligenza artificiale sia discreta, avremmo preferito un filino più di tatticismo. Poteva essere il cambio gomme che esiste ma che è sostanzialmente uguale per tutti.

È comunque altrettanto vero che si tratta di un titolo arcade vecchio stile e come tale va preso. Ai tempi in cui giocavamo ad Hot Rod o a Warm Up, tutto questo sarebbe stato un sogno quindi è giusto ricordare questo dettaglio che non è secondario. Il comparto tecnico è semplice (e qui la natura del progetto indie e destinato inizialmente al mercato mobile si fa sentire), ma non per questo poco gradevole. Anzi, colpisce la varietà e la ricerca del dettaglio a qualunque livello di zoom della telecamera. Ma la cosa più importante da dire è che si tratta di un gioco molto divertente. Questo grazie alla sua immediatezza che esalta fin da subito un feeling retro da non sottovalutare. Non si può pretendere oltre, visto anche il prezzo offerto.

Insomma, Ultimate Racing 2D è dedicato ai fan retro ma anche a chi si diverte con questo tipo di titoli che vanno direttamente al sodo puntando sull’azione. Assolutamente consigliato in tal senso e con qualche limatura sarebbe perfetto.

 

L’articolo Ultimate Racing 2D, Recensione Pc proviene da IlVideogioco.com.

Continua la lettura di Ultimate Racing 2D, Recensione Pc

The Banner Saga 2, Recensione Switch

The Banner Saga 2 è arrivato su Nintendo Switch lo scorso 7 giugno ad un mese di distacco dal prequel già recensito su queste pagine.

La seconda di Stoic Studio, un team indipendente di stanza in Texas, Stati Uniti d’America, raggiunge l’ammiraglia di Nintendo a quasi esattamente due anni di distanza dal suo esordio Pc. Eredita, tuttavia, la configurazione delle versioni console PS4 e Xbox One, come è logico attendersi ma con la solita marcia in più che può vantare solo Nintendo: quella di poterci giocare praticamente ovunque, senza soluzione di continuità.

Per chi non lo sapesse, parliamo di un videogioco di ruolo con battaglie tattiche degne di XCOM, ambientazione fantasy di tutto rispetto e una trama di stampo classico accompagnata da disegni che ricordano le più belle produzioni di Don Bluth.

LA GUERRA PER LA SOPRAVVIVENZA CONTINUA

The Banner Saga 2 prosegue la narrazione interrotta nel primo The Banner Saga e ne ripresenta molti personaggi fondamentali. Se foste, inoltre, di quei videogiocatori che apprezzano conoscere la storia dall’inizio, portando a termine i capitoli in ordine cronologico troverete, ad attendervi, una lieta caratteristica: tutte le scelte prese nel primo capitolo sono ereditate dal secondo tramite l’importazione del salvataggio originale. Il peso e la responsabilità di quanto accaduto prima, dunque, vi accompagna anche adesso.

Umani e Varl (giganti dalle corna lunghe e dal temperamento tipico di certi, leggendari, vichinghi) continuano sotterrare l’ascia di guerra e a far fronte comune: devono contrastare una minaccia al mondo per come lo conoscono, i Dredge. Alle fila di coloro che lottano per il futuro del mondo si aggiungono gli Horseborn, affascinanti Centauri che hanno un bel caratterino. Il giocatore avrà il suo bel da fare per mandare avanti l’ormai famosa carovana di popoli e farli andare, magari non d’amore e d’accordo, ma almeno di tolleranza e rispetto.

UNA SECONDA GIOVINEZZA

The Banner Saga 2, per merito della sua splendida direzione artistica e l’assoluta capacità di adattarsi tanto al sistema di controllo del mouse misto a tastiera quanto ai joypad, arriva su Nintendo Switch ereditando quanto di buono è stato osservato già due anni fa in sede di recensione della versione PlayStation 4 e quello che di assolutamente gradevole propone Nintendo Switch: giocare fuori di casa.

Soprattutto nel caso dei videogiochi di Stoic, che prediligono un seguire la trama e offrono molti punti in cui interrompere il gioco per prendersi una pausa, non ci è mai sembrato di essere così vicini ad una serie di videogiochi che possa essere una validissima alternativa ad un libro, un audiolibro o un kindle. Su Pc e console da salotto, insomma, si potevano lodare la direzione artistica, le scelte narrative e la cura per le fasi tattiche. In The Banner Saga 2, oltre tutto, si espande molto il versante delle battaglie offrendo nuove unità, una nuova razza, varietà e situazioni più dinamiche, meno tediose (qualcuno è riuscito a lamentarsi pure di questo e Stoic è riuscito a smussare questi spigoli).


I punti dolenti restano sempre i soliti: se foste cresciuti a pane e Bayonetta evitatelo come la peste, perché qui non c’è azione al cardiopalma e sparare a tutto quello che riempie lo schermo. Si va avanti piano, si legge molto (grazie a Stoic anche in italiano) e si “sfoglia un libro”. Come per il primo capitolo, quando lo si gioca in portabilità le bellissime tavole disegnate devono cedere un po’ di spazio (fino a metà schermo) per i sottotitoli più sostanziosi. A parte questo, ci sono ben pochi motivi per non proseguire la saga degli umani e dei Varl, soprattutto se aveste gradito il primo capitolo quanto lo abbiamo gradito noi.

COMMENTO FINALE

The Banner Saga 2 per Nintendo Switch è un videogioco di ruolo e tattico che prende spunti da giochi tipo XCOM. Prosegue le avventure di buona parte dei protagonisti del capitolo originale e porta con sé nuovi personaggi, nuove unità da schierare nella lotta, nuove abilità. Insomma: The Banner Saga 2 riprende ed espande il concetto di videogioco di ruolo tattico del capostipite consegnando al pubblico un degno seguito.

La fatica di Stoic, lo studio di sviluppo che ai tempi vantava solo tre addetti ai lavori, ha raggiunto Nintendo Switch lo scorso 7 giugno di quest’anno, portando con sé anche il bel lavoro di “cause ed effetti” tanto caro agli estimatori della serie e del genere. Le scelte da noi effettuate nel primo The Banner Saga vengono ereditate nella nuova avventura portandoci a sostenere il peso delle nostre azioni.

Adesso Stoic Studio vanta quattordici sviluppatori e in attesa di poter provare il terzo capitolo della saga, atteso per luglio, possiamo prepararci godendoci non solo il primo, ma anche il fantastico secondo capitolo di questo studio indipendente. Se aveste apprezzato il primo, non avete molte scuse per evitare The Banner Saga 2 e farvi rapire dal fascino e dalla magia di questa importante produzione indipendente.

 

L’articolo The Banner Saga 2, Recensione Switch proviene da IlVideogioco.com.

Continua la lettura di The Banner Saga 2, Recensione Switch

[Recensione] Aukey CB-C65 Hub USB C con 3 Porte USB 3.0 e Lettore di Schede SD & Micro SD: l’adattatore USB C per MacBook Pro, Google Chromebook Pixel e altri dispositivi

SpazioAndroid.com Italia

I dispositivi con USB C sono in continuo aumento, tra i quali troviamo anche l’Apple MacBook Pro e Google Chromebook Pixel, ed Aukey ha pensato ad un interessante prodotto: l’Aukey CB-C65 Hub USB C con 3 Porte USB 3.0 e lettore di schede SD & Micro SD. Contenuto della confezione: 1 x Aukey CB-C65 Hub […]

The post [Recensione] Aukey CB-C65 Hub USB C con 3 Porte USB 3.0 e Lettore di Schede SD & Micro SD: l’adattatore USB C per MacBook Pro, Google Chromebook Pixel e altri dispositivi appeared first on Spazio Android Italia.

Continua la lettura di [Recensione] Aukey CB-C65 Hub USB C con 3 Porte USB 3.0 e Lettore di Schede SD & Micro SD: l’adattatore USB C per MacBook Pro, Google Chromebook Pixel e altri dispositivi

[Recensione] Aukey Cuffie Bluetooth Stereo On-Ear Pieghevoli EP-B36: le comode cuffie bluetooth con microfono e ingresso da 3.5mm

SpazioAndroid.com Italia

Tra le tipologie di cuffie che preferisco, ci sono le cuffie on-ear, ed oggi ve ne ho recensito un interessante modello, le Aukey Cuffie Bluetooth Stereo On-Ear Pieghevoli EP-B36. Contenuto della confezione: 1 x Aukey Cuffie Bluetooth Stereo On-Ear Pieghevoli EP-B36 1 x Cavo Micro USB 1 x Cavo Audio da 3.5mm 1 x Custodia […]

The post [Recensione] Aukey Cuffie Bluetooth Stereo On-Ear Pieghevoli EP-B36: le comode cuffie bluetooth con microfono e ingresso da 3.5mm appeared first on Spazio Android Italia.

Continua la lettura di [Recensione] Aukey Cuffie Bluetooth Stereo On-Ear Pieghevoli EP-B36: le comode cuffie bluetooth con microfono e ingresso da 3.5mm

Street Fighter 30th Anniversary Collection, Recensione Pc

Bastano due parole per identificare una serie che ha fatto letteralmente la storia dei picchiaduro ad incontri. Street Fighter è una saga che ha appassionato, ed appassiona, ancora oggi, a 31 anni di stanza dal suo esordio nelle sale giochi di tutto il mondo.
Ci vollero, però, quattro anni ed il sequel, Street Fighter II a consacrarne un successo di dimensioni planetarie. Capcom aveva trovato la quadra ed i vari sequel arrivarono solo dopo diversi aggiornamenti del secondo capitolo.

La storia di questo picchiaduro è lunga e la sintetizziamo anche perché i più appassionati e nostalgici possono riviverla e giocarla grazie alla Street Fighter 30th Anniversary Collection che Capcom ha pubblicato recentemente per gli utenti Pc (Steam), PS4, Xbox One e Switch.

Una raccolta che include 12 titoli che hanno regalato tra il 1987, anno di uscita di Street Fighter, al 1999, in cui la software house mise sul mercato Street Fighter III: Third Strike, tanto divertimento. Giusto dire fin da ora che non si tratta di una remastered, quindi niente grafica in 4K o in alta risoluzione ma emulazione molto fedele.

In questa recensione parliamo della versione Pc, uscita, assieme a quelle per le altre console, lo scorso 29 maggio. Buona lettura.

I, II, III, ALFA, TURBO, CHAMPION E TANTE CHICCHE

L’antologia proposta ci permette di mettere le mani su Street Fighter, Street Fighter II, Street Fighter II: Champion Edition, Street Fighter II: Hyper Fighting, Super Street Fighter II, Super Street Fighter II: Turbo, Street Fighter Alpha, Street Fighter Alpha 2, Street Fighter Alpha 3, Street Fighter III, Street Fighter III: 2nd Impact e Street Fighter III: Third Strike.

Avete letto bene: 12 giochi con tutte le versioni principali del due (tra le quali la Champion Edition e Super Street Fighter II: Turbo), del tre ed i tre Street Fighter Alpha. Se giocati consecutivamente si fa non solo idealmente ma anche praticamente un viaggio che illustra l’evoluzione di una serie nata forse in sordina ma che ha saputo poi conquistare il mondo grazie a continui miglioramenti ed accorgimenti sia dal punto di vista del gameplay che dalle piccole chicche tecniche. Anche da quel punto di vista, assistiamo ad una trasformazione di animazioni e caratterizzazione di personaggi sempre più audace, dettagliata e fluida. Un vero viaggio nel tempo che sicuramente farà piacere a molti.

Ma non finisce qui perché ci sono anche diversi contenuti supplementari ed aggiunte che alzano ulteriormente il valore di questo già pregevole piatto.

Partiamo dalla scelta se giocare Offline e, udite udite, Online. Nella prima opzione saranno disponibili tutti i giochi elencati e scegliere se giocare in modalità Arcade (la classica sfida contro la CPU tipica della sala giochi) o Contro che è in sostanza il multiplayer locale per due giocatori. C’è anche una terza scelta: la modalità Allenamento in quattro dei giochi presenti, ossia in: Street Fighter II: Hyper Fighting, Super Street Fighter II: Turbo, Street Fighter Alpha 3 e Street Fighter III: 3rd Strike. Questa appendice offre la possibilità di impratichirsi con le varie mosse e combo in modo da migliorare e rendere sempre più efficace il proprio stile di combattimento.

Il comparto Online è fruibile per gli stessi quattro titoli che supportano la modalità Allenamento. Possiamo, quindi, cimentarci nelle classiche partite Classificate o Casuali. L’opzione online permette fino a quattro utenti di entrare in una lobby, dove due di questi, in attesa del loro match, possono assistere all’incontro degli altri due.
Inoltre si può decidere il livello della stanza (principiante, normale, avanzato ed esperto), il tipo di lobby (pubblica o privata) e l’imput lag. L’esperienza è variabile ed oscilla tra il buono in alcune fasi al problematico in altre. Qualche intervento urge.

In tutti i giochi, dal menu di pausa si accede ad una serie di impostazioni. Si può salvare in qualunque momento si desideri per poi riprendere l’azione selezionando il titolo desiderato nel menu iniziale che include la griglia dei 12 giochi presenti.

Il primo Street Fighter, 1987

 

Non mancano le opzioni grafiche (non tantissime) per applicare filtri TV, Arcade (e relative line di scansione dello schermo) o se giocare senza questi filtri al netto dei pixel presenti. È anche possibile scegliere se giocare con le dimensioni dello schermo originale, a schermo intero, o esteso. Nel caso si optasse per la prima opzione è possibile scegliere le bande laterali dell’arcade o i bordi neri. Da questo menu, che si attiva premendo l’apposito tasto del proprio joypad, è possibile anche salvare o caricare la partita ed accedere all’elenco delle mosse standard e degli attacchi speciali.

Non possono mancare, inoltre, gli Achievement di Steam. Ve ne sono 17, pronti ad essere conquistati.

MA IL MUSEO E’ IL VALORE AGGIUNTO

I contenuti non terminano qui. Capcom ha voluto fare un vero e proprio regalo mettendo a disposizione dei giocatori della Street Fighter 30th Anniversary Collection il Museo. Questo permette di ripercorrere la timeline della serie dal 1987 al 2018, scorrendo i vari anni esaminati, saranno evidenziati i momenti importanti per la serie e certe voci sono anche selezionabili. Espandendole si hanno piccoli dettagli sulla produzione di quel determinato gioco o di quella versione del gioco di cui, magari, ne apprendiamo dell’esistenza grazie a questa sorta di enciclopedia di Street Fighter.

Si può accedere alle biografie dei vari personaggi apparsi fino a Street Fighter III: Third Strike mentre scegliendo Musica, possiamo ascoltare tutti i brani dei titoli in questa compilation. Per chi ricorda i motivi quasi ossessionanti è una chicca.

Infine, c’è anche la voce intitolata Nascita di Street Fighter. Quest’ultima include, probabilmente, i materiali più cari a chi ama aneddoti o particolari poco noti ai più sulla produzione di Street Fighter, Street Fighter II, Street Fighter Alpha e Street Fighter III con bozzetti di inestimabile valore, illustrazioni e disegni artistici di arene, personaggi, descrizioni delle scene animate e molto altro.

EMULAZIONE MOLTO BUONA

Street Fighter 2, 1991

 

Lo avevamo accennato qualche riga fa, riproponiamo il concetto: giocare ad ognuno dei 12 titoli di questa Street Fighter 30th Anniversary Collection equivale a fare un vero e proprio viaggio itinerante nella storia. Dal 1987 quando il primo capitolo venne pubblicato, possiamo notare le enormi differenze rispetto allo storico secondo capitolo che venne alla luce quattro anni dopo.

Una evoluzione quasi epocale da capitolo principale a capitolo principale con alcune versioni di aggiornamento che però aggiungevano mosse, personaggi, contenuti ed ulteriore divertimento supplementare.

Ricordiamo il primo Street Fighter perfettamente avendolo giocato in sala. A distanza di 30, e passa, anni ce lo ritroviamo di fronte con tutta la sua legnosità ma anche con tutto il suo fascino. Certo, magari è invecchiato meno bene rispetto a molti altri suoi predecessori ma è pur sempre il capostipite di una serie che ha portato il genere picchiaduro ad incontri a vette sempre più alte.




Dal punto di vista grafico, quindi, tutto molto bello come direbbe Pizzul ma c’è da sottolineare che l’aspetto visivo da il suo meglio in 4:3 e quindi in formato originario a prescindere dall’applicazione dei filtri o meno. In esecuzione a schermo intero o con zoom tende a deformare il quadro. Va da se che oltre alla presenza dei due filtri Arcade e Televisione non ci sono altri orpelli grafici, quindi i pixel sono notevoli. Non ci sono interventi di potenziamento della grafica che non gode del classico 4K né tanto meno della risoluzione a 1080p. Siamo lontani anni luce. Ciò non toglie che lo spettacolo sia gradevole, se non altro dal punto artistico nonostante oggi ci siano altri standard.






Stesso discorso identico nel concetto ma che nella praticità cambia perché ogni gioco per fortuna, è diverso e differenziato, vale per tutti i titoli che sono fedeli repliche degli originali da sala. Parliamo quindi di un gameplay snello ma al tempo stesso profondo che si apprende in modo semplice ma che si padroneggia via via col tempo e con l’esperienza che è maturato notevolmente nel corso degli anni e con vari sistemi sempre più perfezionati ed approfonditi.

Ne deriva anche lo stesso gameplay che permette sfide sempre divertenti. Gli amanti dei picchiaduro ad incontri potranno divertirsi con i titoli che hanno preceduto i più moderni Street Fighter IV e V.

COMMENTO FINALE

Chi ama Street Fighter deve assolutamente avere questa raccolta. I motivi sono principalmente due: la possibilità di tornare a giocare a titoli ormai introvabili tutti in una unica soluzione; e di conoscere le origini di una serie che nonostante 31 anni di storia è ancora ricca di fascino. Alzi la mano chi tra i più grandi non abbia lasciato diversi gettoni in sala davanti al cabinato.

Il merito è anche della cura maniacale per la realizzazione e caratterizzazione di ognuno dei personaggi che non hanno solo uno stile e delle mosse diverse l’uno dall’altro ma hanno anche delle storie uniche che meritano di essere raccontate. Ken, Ryu, Sagat, Cammy, Dalshim, Vega, Rose e così via hanno anche aneddoti curiosi che potranno essere letti nel Museo. Aneddoti che sono venuti fuori man mano che Capcom pubblicasse i vari episodi.

In più l’emulazione offerta è molto buona ed è possibile anche giocare online ed affrontare la modalità allenamento in quattro dei dodici giochi presenti. Il fulcro, ovviamente, è l’offline ma il fatto che in alcuni giochi ci sia l’online è comunque motivo di elogio per Capcom. Uno sforzo per attualizzare giochi che hanno già superato i 20 e passa anni di vita. Peccato che non si sia fatto uno sforzo per offrire un restauro del comparto grafico. Pazienza. E’ più grande la gioia di rivedere questi giochi riuniti che il rammarico per una grafica datata ma pur sempre di grande valore artistico ed affascinante.

Insomma, questa raccolta propone tanta carne al fuoco sia per gli “storici” che per chi non ha avuto la possibilità di giocare a capitoli molto vecchi di questa storica saga che tanto ha dato a livello storico ridefinendo più volte lo standard dei picchiaduro nonostante alcune serie storiche siano comunque blasonate (pensiamo a Mortal Kombat in primis, ndr) e che, sicuramente, tanto avrà ancora da dire.

 

L’articolo Street Fighter 30th Anniversary Collection, Recensione Pc proviene da IlVideogioco.com.

Continua la lettura di Street Fighter 30th Anniversary Collection, Recensione Pc

Mister Miracle #1 – Recensione

Mister MiracleAlcuni eroi cambiano, maturano e dimostrano qualcosa che inizialmente non era presente. Percorrono un lungo viaggio nel quale combattono contro quel demone inferocito che si cela al loro interno, talvolta uscendone vincitori, altre volte sconfitti. Delle volte poi ad aiutare ci sono le persone più care, come ad esempio la fidanzata/moglie, che mette a posto […]

L’articolo Mister Miracle #1 – Recensione proviene da Havoc Point.

The Inpatient – Recensione VR

La recensione di The InpatientLa realtà virtuale è diventata per Sony certamente un mercato di importanza rilevante. Grande responsabilità del suo andamento, con il suo più di un milione di unità vendute di Playstation VR, il parco titoli proposto dagli studios da sempre vicini alla casa, vero e proprio sangue buono in un corpo ancora gracile. Il peso di […]

L’articolo The Inpatient – Recensione VR proviene da Havoc Point.

Downward Spiral: Horus Station, Recensione Pc

Da quando i visori di realtà virtuale si sono presentati al grande pubblico, più o meno dal 2013 ad ora, molte energie e molte risorse dell’industria del videogioco sono state spese per offrire pionieristiche alternative al nostro passatempo preferito.

La possibilità, sempre più concreta, di portarsi a casa un visore di realtà virtuale al costo di uno smartphone, ha contribuito ad incoraggiare alcuni sviluppatori (più o meno famosi e blasonati) a dire la propria nel mondo della realtà virtuale. Downward Spiral: Horus Station non fa eccezione, il lavoro di 3rd Eye Studios ha raggiunto Pc Windows (via Steam) e PS4 per dimostrare a tutti gli interessati la bontà delle esperienze fantascientifiche alternative, quelle in realtà virtuale.

BENVENUTI ALLA STATIONE HORUS

Downward Spiral: Horus Station ci catapulta nei panni di un ingegnere aerospaziale che si ritrova, da solo, in una stazione spaziale alla deriva che si chiama Horus.
La prospettiva è in prima persona, non modificabile e quel che rende il tutto migliore/peggiore è l’assoluta assenza di gravità, che ci costringe a spostarci tra i corridoi della stazione aggrappandoci a qualunque cosa, oppure a sfruttare un rampino del tutto simile a quello di Batman ma con meno potenza di spinta.

Non siamo soli, nella stazione di Horus, ma le presenze che condividono quello spazio vitale con noi non sono pacifiche. Tutti i componenti dell’equipaggio sono andati via oppure sono morti per misteriosi motivi e il nostro alter-ego è l’unico essere sulla faccia della galassia che è curioso di capire cosa è successo alla stazione spaziale. Quest’ultima è difesa principalmente da droni fuori controllo, che scambiano gli esseri umani per minacce. Per difendersi da questi droni, fortunatamente, troviamo armi di difesa: pistole e fucili, che tra uno spostamento di inerzia e l’altro dobbiamo imbracciare per difenderci. Di tanto in tanto troviamo vicoli ciechi o porte chiuse ma basterà cercare il giusto interruttore o la chiave corrispondente alla porta per risolvere il problema e proseguire.

MOLTO INTERESSANTE MA POCO IRRESISTIBILE

Downward Spiral: Horus Station, è il caso di dirlo, sta tutto qui. La nostra esperienza personale si limita alla prova con visore HTC Vive perché riteniamo che il lavoro di 3rd Eye Studios non abbia moltissimo da offrire sul versante classico, su monitor per intenderci. Dall’inizio alla fine il giocatore è chiamato a destreggiarsi a gravità zero attraverso la stazione spaziale e per esplorarla deve allungare le braccia, aggrapparsi a qualcosa e darsi costanti spinte verso la direzione che intende raggiungere.

Vertiginoso a dir poco, ma proprio per questo ansiogeno e a tratti divertente. Peccato che il nostro alter ego pare non abbia le gambe e se foste persone alte più di 1,80 metri potreste trovare corte le braccia, forse tarate più su un aspetto predefinito che sull’effettiva posizione dei controller in mano al giocatore.

Bella la conseguente gestione del rampino e delle armi da fuoco, che danno un assaggio di quello che aspetta gli appassionati di realtà virtuale con la necessità di mirare manualmente verso il bersaglio. Meno bella la scelta di scimmiottare Dark Souls e abbandonare il giocatore sulla stazione Horus senza istruzioni e senza una precisa cosa da fare. Bisogna andare a braccio, intuire cosa e dove andare, orientarsi con le proprie e personali capacità di orientamento o andare a cercare una delle tante mappe del posto che costellano la stazione (non ne abbiamo una personale da consultare liberamente).

Le ore scorrono tra l’ansia che accada qualcosa di grave, i droni di difesa della stazione che ci scambiano per una minaccia e vogliono farci secchi, pulsanti o chiavi da trovare per sbloccare le porte. Situazioni semplici ma rese molto bene dall’aspetto di realtà virtuale, che rende Downward Spiral: Horus Station un pioniere in un genere, quello delle avventure in prima persona, ancora poco esplorato e soprattutto poco convincente a causa dei ritmi da imporre, le scelte di gameplay condivisibili oppure no.

Molto gradevole la colonna sonora, affidata a Ville Valo, frontman del gruppo finlandese degli HIM ma ancor più gradevoli gli effetti sonori utilizzati sapientemente, che insieme alle atmosfere claustrofobiche e appena illuminate concorrono a mantenere alta la tensione. La nostra impressione è stata quella di essere davvero dentro una stazione spaziale alla deriva, abitata da inquietanti presenze. Gli effetti luce e fumo sono molto convincenti, un po’ meno le compenetrazioni dei poligoni e le proporzioni dell’alter-ego, come da poco accennato.

COMMENTO FINALE

Downward Spiral: Horus Station è un videogioco in prima persona sviluppato dal team indipendente 3rd Eye Studios, una squadra di sviluppatori ex membri di Remedy Entertainment (Alan Wake), Unity Technologies, RedLynx (Trials Fusion) e Moon Studios (Ori and the Blind Forest). E’ un’avventura che si basa sull’esplorazione a gravità zero e la risoluzione di semplici enigmi contestuali, per raggiungere i titoli di coda di un mistero da svelare.

Tecnicamente parlando, il lavoro di 3rd Eye Studios è svolto a regola d’arte, senza acuti né bassezze clamorose. Certo andrebbero sistemati un po’ di problemi di compenetrazione di poligoni e dovrebbe essere ottimizzato il tutto. Il sistema di controllo deve essere padroneggiato e impegna alcuni minuti prima di essere “domato” e per il resto della partita non da problemi.

I problemi che ci sentiamo di sollevare sono quelli relativi alla semplicità delle situazioni offerte e una pressoché assente impalcatura narrativa che strizza l’occhio ai soulslike (dove dobbiamo scoprire tutto da soli, non ci sono dialoghi e c’è ben poco da ricostruire tramite testi trovati). La situazione, insomma, è troppo criptica ed ermetica e solo un giocatore molto motivato a vederci chiaro vedrà i titoli di coda nella speranza di mettere insieme i pezzi di un puzzle un po’ troppo spezzettato. Altri punti di debolezza riguardano una modalità cooperativa che, semplicemente, raddoppia gli input da dare per condividere onori e oneri del protagonista (per sbloccare una porta occorre premere due pulsanti o trovare due chiavi) e una modalità orda multiplayer (noi contro invadenti droni impazziti) che sembra essere stata messa per qualche obbligo morale piuttosto che per espandere divertimento e offerta.

Infine troviamo del tutto superflua la possibilità di giocare Downward Spiral: Horus Station senza visore per realtà virtuale. Questo, perché il gioco sembra espressamente concepito per regalare forti emozioni (e vertigini) tramite visore. Permettere di giocarlo senza è encomiabile, lodevole, graditissimo, ma anche molto inutile: in prima persona, di alta tensione e con situazioni più stimolanti e difficili c’è grande scelta.

 

L’articolo Downward Spiral: Horus Station, Recensione Pc proviene da IlVideogioco.com.

Continua la lettura di Downward Spiral: Horus Station, Recensione Pc

Detroit Become Human – Recensione

La recensione di Detroit Become HumanLe esclusive Sony di spessore spesso marcano un punto di rottura nell’industria. Tutti han gli occhi puntati a questi titoli che possono cambiare totalmente il trend del mercato. Dopotutto The Last of Us rimane tutt’ora un esempio di storytelling rispettato e copiato, sebbene God of War sembra aver rovesciato le carte in tavola. Questo discorso […]

L’articolo Detroit Become Human – Recensione proviene da Havoc Point.

Dark Souls Remastered – Recensione

La recensione di Dark Souls Remastered PS4Più volte ci è capitato di parlare di Dark Souls, il titolo FromSoftware che più di tutti ha sconvolto il mercato videoludico nell’ultimo decennio. Dark Souls Remastered è, in breve, un cerotto messo dallo sviluppatore dopo che la ferita si è già rimarginata. Uscito nel 2011 per PS3, Xbox 360 e PC, Dark Souls è […]

L’articolo Dark Souls Remastered – Recensione proviene da Havoc Point.

Space Hulk: Deathwing Enhanced Edition, Recensione PS4

Space Hulk: Deathwing è uno sparatutto in prima persona con qualche accenno di tattica che approdò su Pc Windows a metà dicembre 2016.

A distanza di un anno e mezzo, Space Hulk: Deathwing Enhanced Edition arriva ed impatta su PS4 e Xbox One. Il gioco di Streum On Studio e Cyanide, prodotto da Focus Home, ha la grande responsabilità di riportare in auge sia i fasti di Space Hulk board game del 1989 che dell’omonimo videogioco di Electronic Arts datato 1993.

Ci sarà riuscito?

SARANNO PURI DI CUORE E FORTI NEL CORPO

Space Hulk è una strana parola appartenente all’universo narrativo di un gioco da tavolo con miniature da 30 millimetri, che risponde al nome di Warhammer 40.000, prodotto da Games Workshop. Con il termine Space Hulk si intende un’astronave che arriva a misurare quanto un piccolo pianeta, con annessa gravità e atmosfera personalizzata. L’astronave titanica che abbiamo è il risultato di una fusione tra molte navette più piccole che generano un gargantuesco labirinto di metallo, spesso e volentieri infestato da indicibili orrori, sia fisici che metafisici.

In uno dei tanti Space Hulk avvistati, muove le proprie incursioni la Deathwing del Capitolo degli Space Marine degli Angeli Oscuri. Quella Deathwing che da il sottotitolo al videogioco di cui si parla e che è anche protagonista del videogioco del 1993. Potremmo, quindi, affermare che siamo di fronte ad un lontanissimo tentativo di remake.

Capitolo di Space Marine, dicevamo, perché nel quarantesimo millennio inventato da Games Workshop, l’impero dell’umanità domina metà della galassia conosciuta e la difende da imperi alieni di potenza almeno uguale. Le forze di dominio e difesa sono affidate alla Guardia Imperiale (ricordate il film o meglio i libri di Starship Troopers, sono tratti da lì!) e agli Space Marine.

Questi ultimi sono poche migliaia, sono esseri umani pesantemente modificati geneticamente, potenziati nel corpo e nella mente, hanno almeno il doppio degli organi vitali di un uomo normale (e sono grandi almeno il doppio di una persona normale), vestono di pesantissime corazze difficilmente distruttibili e, fondamentalmente, si dividono in Capitoli guidati da Grandi Maestri come gli antichi ordini cavallereschi di stampo medievale. Gli Angeli Oscuri, i protagonisti di Space Hulk: Deathwing, sono solo uno dei tanti Capitoli di Space Marine che difendono l’umanità da minacce di ogni genere e noi giocatori siamo chiamati ad impersonare uno di loro.

SARANNO ANGELI DELLA MORTE

L’Ala della Morte, la Deathwing in cui ci troviamo a combattere nel gioco di Focus Home, è la Prima Compagnia del Capitolo degli Angeli Oscuri. In quanto tale, gode di molti privilegi tra cui il dotare i marines di appartenenza di armature Terminator, cioè le più potenti armature che uno Space Marine possa sperare di indossare per il resto della sua vita. Altro tratto distintivo e di prestigio è il fatto di vestire delle armature color “bianco osso”, contrariamente ai dettami del Capitolo che pretende armature color verde scuro.

Indossare le più potenti armature degli Space Marine porta vantaggi e svantaggi. Tra i vantaggi troviamo una potenza fisica, di fuoco e una resistenza agli attacchi nemici che rasenta l’invincibilità. L’altra faccia della medaglia è muoversi con notevole difficoltà e pesantezza, è praticamente impossibile correre e schivare ma soprattutto, cosa ancora più grave quando di esplorano gli stretti corridoi di uno Space Hulk, si diventa più un ostacolo per i propri compagni che un vantaggio.

Uno degli indiscutibili pregi di Space Hulk: Deathwing è quello di riprodurre fedelmente la pesantezza di queste armature, i goffi movimenti e la ridottissima capacità di guardarci intorno. Tutto ci fa pensare di essere davvero dentro un’armatura Terminator e questo, in un videogioco del genere, è un bene.

ED ESSI NON CONOSCERANNO LA PAURA

Quello che, però, è un male è tutto ciò che riguarda l’offerta di Space Hulk: Deathwing sul piano tecnico e giocoso. La Enhanced Edition provata da noi, su PlayStation 4 Pro, pur avendo tutto al posto giusto e realizzato a regola d’arte, soffre di pesante mancanza di ottimizzazione.
La fluidità non è ottimale, alcune texture meriterebbero miglior trattamento e l’interfaccia grafica tende ad invadere un po’ troppo lo schermo, costringendo a focalizzarsi solo al centro della visuale e provandoci della ben poca visione periferica a disposizione.

Godere di molte armi, molti equipaggiamenti, diverse classi di Space Marine e poteri speciali assortiti è un buon incentivo a giocare, specie perché il sistema di progressione e ricompense non lascia insoddisfatti. Quello che ci ha fatto storcere il naso è il contrasto, tra l’attenzione dedicata all’ambientazione, alle note di colore, alle referenze e alle citazioni all’universo narrativo più imponente di sempre (gode di produzioni letterarie dal lontano 1987 e non si ferma) e la poca ricercatezza nel replicare le fasi di combattimento.

Per meglio dire: al di là dei goffi movimenti costretti dall’armatura, quando ci ritroviamo ad affrontare le orde di Genestealers che infestano lo Space Hulk abbiamo avuto la sensazione di menare fendenti a vuoto, eppure le spade di un Terminator dovrebbero avere un loro peso.

Ogni Space Marine è dotato di un Bolter, che in Italia hanno tradotto anche in Requiem, cioè potentissime armi da fuoco che sarebbero in grado di perforare qualsiasi lega metallica conosciuta nell’universo ma quando abbiamo dato “fuoco alle polveri” in Space Hulk: Deathwing la sensazione è stata quella di sparare una precisissima pistola giocattolo. Quando abbiamo utilizzato i poteri psionici del bibliotecario, come il devastante fulmine a catena, abbiamo solo notato l’effetto grafico, l’enorme potere ma nessun “feedback” fisico, come quello a cui ci hanno abituato Diablo 3 nel 2012 o il ben più recente Vermintide 2.

PER MILLE VOLTE MILLE ANNI

Space Hulk: Deathwing offre la possibilità di giocare in solitaria con compagni guidati dall’intelligenza artificiale oppure in compagnia di altri 3 giocatori in carne ed ossa per squadre di quattro elementi da formare. Ogni elemento dovrebbe garantire un supporto specialistico: la classe del Cappellano (new entry portata dalla Enhanced Edition) garantisce potenziamenti e “purghe”, l’Apotecario non è altro che il medico del gruppo e l’unico che può rimettere in piedi chi cade in battaglia, il Bibliotecario è la versione fantascientifica di uno stregone di tempi più medievaleggianti e può contare su scariche di fulmini e spinte cinetiche come la più classica tradizione Jedi di Star Wars tramanda. Non manca la presenza di classi più ordinarie come il tattico o il pesantemente armato, che danno alla squadra le doti belliche superiori per affrontare le missioni.

Le missioni impegnano per una dozzina d’ore e ci portano alla scoperta dei meandri dello Space Hulk. Le mappe che ci attendono sono una decina ma, come ogni videogioco tattico con progressione e ricompense che si rispetti, la reiterazione delle missioni, il ripeterle per ottenere punti esperienza, livelli aggiuntivi e, soprattutto, nuovi e più potenti strumenti di distruzione ci impegnano per un numero non precisabile di ore.

COMMENTO FINALE

Space Hulk: Deathwing è uno sparatutto in prima persona con pochissime velleità tattiche, che mette il giocatore in una squadra di quattro elementi, fianco a fianco con altri giocatori alla ricerca di reliquie, di misteri e di modi per fermare la progenie dei Genestealers (una sottospecie di micidiali Tiranidi, alieni simili alle creature conosciute al cinema grazie a Ridley Scott e Sirgouney Weaver) che infestano proprio uno Space Hulk.

Lo Space Hulk è il risultato della fusione di tante, gargantuesche, astronavi in un unico, intricatissimo, dedalo di metallo che arriva a misurare quanto un piccolo pianeta con annessa propria gravità e atmosfera personale. In questo contesto, alcuni Terminator (super-soldati geneticamente modificati e potenziati, che difendono l’umanità) si teletrasportano in questi pericolosissimi ammassi metallici e devono sopravvivere a numerose minacce.

Il gioco di Streum On Studio e Cyanide arriva su PS4 forte di nuovi contenuti ed un sistema di progressione rinnovato. Tuttavia mostra il fianco a difetti quali una scarsa ottimizzazione, tempi di caricamento mediamente lunghi, una fluidità tutt’altro che ottimale anche su PlayStation 4 Pro e una scarsa sensazione di infliggere colpi (che siano all’arma bianca, con armi da fuoco o psionici). Sensazione che chiameremmo “fisicità”, che non manca in Vermintide 2, per esempio, e che riproduce bene quello che intendiamo dire.

Resta il rammarico di non avere a disposizione un degno erede del gioco da tavolo degli anni ‘80, né del videogioco di Electronic Arts degli anni ‘90. Solo un onestissimo sparatutto in prima persona in cui la poca tattica da adottare andrebbe – quasi obbligatoriamente – cercata in sessioni da quattro giocatori, che è la vera essenza di Space Hulk: Deathwing. Affidarsi all’intelligenza artificiale non è consigliato.

 

L’articolo Space Hulk: Deathwing Enhanced Edition, Recensione PS4 sembra essere il primo su IlVideogioco.com.

Continua la lettura di Space Hulk: Deathwing Enhanced Edition, Recensione PS4

Dark Souls Remastered, Recensione Xbox One

Dark Souls è un videogioco che ha sette anni sulle spalle e vanta fiumi di parole versati, mentre su YouTube troviamo un ammontare di filmati, video, immagini e musiche da poter intrattenere per giorni, forse mesi o addirittura anni.

Dopo di esso si è delineata una trilogia ufficiale, tra il secondo episodio e l’ultimo è stato realizzato Bloodborne a spezzare un andazzo fin quasi prevedibile. A far da chiosa ad un successo planetario e al “culto” che si è creato intorno ad una delle più famose saghe videoludiche degli ultimi vent’anni c’è uno stuolo di titoli che, ormai, si etichettano come “Soulslike”.
In una generazione di videogiochi che vive di rendita, grazie ad operazioni nostalgiche che attingono a piene mani dall’indelebile “generazione PS3 e Xbox 360”, ecco arrivare per PS4, Xbox One X e Pc Windows Dark Souls Remastered per restare al passo con i tempi.

UNO DEI MIGLIORI GIOCHI DI SEMPRE

Se foste videogiocatori da poco, oppure aveste vissuto a giocare solo i vostri videogiochi preferiti, dovreste sapere che Dark Souls è un videogioco di ruolo d’azione che affonda le sue radici nel genere roguelike. Passa alla storia, oltre che per il suo disarmante fascino gotico-medievale, per una difficoltà rara e una curva di apprendimento molto ripida, che divenne in breve croce e delizia di tutti quelli che si cimentassero nell’impresa di portarlo a termine.

Segue a Demon’s Souls, vero e proprio “capostipite” del “genere dei Souls” oppure Soulslike, come ormai si dice. La differenza principale, nonché pregio, è l’aver fatto approdare Dark Souls non solo su PlayStation 3, come nel caso di Demon’s Souls, ma anche su Xbox 360 (all’epoca un po’ più diffusa di PS3) e su Pc Windows, con una discutibilissima operazione di porting che lasciava molto a desiderare.

Al di là delle lamentele tecniche, di un frame-rate tutt’altro che invidiabile (ma ai tempi si parlava più di giochi che di fluidità) e di un’infinita lista di dettagli che non andavano proprio giù ai puristi (come un’intelligenza artificiale a dir poco inesistente), Dark Souls diventa, prima, un fenomeno di culto e poi un tormentone. Entrambe le caratteristiche sono veicolate velocemente grazie al supporto, più o meno serio, si decine di YouTubers che ne diffondono i pregi su quella sorta di esperienza mistica, che solo un Dark Souls (o un Soulslike di From Software) è capace di offrire.

PREPARATEVI A MORIRE



Dark Souls Remastered, ora come allora, resta un gioco che – se preso alla leggera – promette tante, non totalmente metaforiche, bastonate. In Dark Souls si muore, spesso e anche male, soprattutto se non lo si è mai giocato prima d’ora e non si conoscono le “regole” del gioco.

I nemici offrono sempre un grado di sfida elevato, causano notevoli danni e ogni livello è denso di trappole e tranelli, anche visivi, che non perdonano né il distratto né l’impavido. Caratteristica che scoraggia i più è la presenza di pozioni di cura limitate, che possono essere recuperate previa sosta ad uno dei pochi falò che costellano il mondo di gioco. Quello che fa, di questa pratica, un’arma a doppio taglio, è il fatto che ogni volta che si riposa al falò (innescando anche un comodo salvataggio dei progressi) si riportano in vita tutti i nemici del mondo di gioco, con l’eccezione dei boss e dei mini-boss.

Uccidere le amenità che popolano Lordran – il mondo di Dark Souls – frutta anime. Le anime solo la moneta del gioco e si usano per passare di livello (ogni aumento di caratteristica fisica/mentale corrisponde al passaggio di un livello), comprare armi, magie ed equipaggiamenti, riparare armi ed equipaggiamenti, potenziare il tutto. Non manca la possibilità di affidarsi ad un fabbro per forgiare armi uniche, previa presentazione di ingredienti speciali come l’anima di un boss o un mini-boss.

CROCE E DELIZIA DELLA REMASTERED

Dark Souls Remastered è, né più né meno, l’esatta trasposizione di Dark Souls su console di attuale generazione. Potremmo definirlo un semplice porting, se non fosse che gli incaricati all’operazione di rimasterizzazione, oltre a impostare un grado visivo superiore ne ha modificato, in parte, l’effetto di luci ed ombre, oltre agli effetti speciali tipo fumo e nebbia.

Senza voler scendere in terminologia troppo tecnica, qui basta sapere che la differenza con i vecchi Dark Souls per PS3, Xbox 360 e Pc Windows è tutta relativa alla pulizia grafica. E’ tutto più rifinito e dettagliato ma, soprattutto, fluido. Una fluidità che su vecchie generazioni era impossibile da garantire dati i limiti tecnici, mentre su Pc poteva essere raggiunta. Adesso tutti i giocatori hanno una versione che viaggia “alla stessa velocità” con opportune riserve.

Le riserve di cui parliamo riguardano la capacità, di ciascuna console, di mantenere una fluidità visiva costante. Da qualche anno è una condizione necessaria e sufficiente perché si giochi e quindi è giusto, per molti, che questa goda della giusta attenzione tecnica. Con l’aiuto di Digital Foundry scopriamo, e amaramente ammettiamo, che a dispetto delle dichiarazioni, solo la versione Xbox One X e i Pc di fascia medio-alta possono garantire il massimo delle prestazioni. Tutte le altre console faticano oppure non riescono a mantenersi su una velocità di esecuzione delle immagini costante e quindi capita, durante un combattimento contro i boss, che l’azione rallenti inaspettatamente. Temiamo che grandi difficoltà tecniche possano emergere dalla versione Nintendo Switch di Dark Souls Remastered, già oggetto di rinvio della pubblicazione in estate inoltrata.

A parte questo, non c’è nulla che impedisca di giocare e godersi Dark Souls Remastered in totale tranquillità e serenità.

COMMENTO FINALE

Dark Souls Remastered è la versione adattata e, in parte, migliorata del gioco che è arrivato nelle nostre case nel settembre del 2011. Scriviamo “in parte” perché non tutti gli aspetti sono stati migliorati per l’occasione e la fluidità massima è solo una questione apparente, perché qualche calo di fluidità si avverte sempre, con la sola eccezione su Pc Windows oppure Xbox One X.

Per le altre console, invece, dipende dove e cosa stiamo facendo, bisogna scendere a compromessi visivi. Compromessi che di solito non incidono sulla valutazione finale ma, per un’operazione nostalgica a distanza di sette anni, consentiteci, è doveroso evidenziare.

Al di là dell’ottimo sistema di illuminazione e di effetti fumo e fuoco, l’aspetto grafico generale (le texture, soprattutto) è praticamente lo stesso di sette anni fa. Vien da sé che atmosfera, ambientazione, gameplay e qualità generale finale non risentono degli anni che passano. Dopo averne giocato ancora decine d’ore su Xbox One X, la sensazione finale è quella di trovarsi al cospetto di un indiscutibile pietra miliare che ha definito un genere, i “soulslike”, che non perde smalto dopo tanti anni ma, anzi, torna a ricordare a tutti quanto difficile sia eguagliarne il delicato equilibrio che tiene in piedi un’impalcatura invidiabile. Un’impostazione di gioco che ancora oggi ispira e genera cloni, figli e figliastri. Dark Souls, al netto di pregi e difetti, resta, tuttavia, ancora ineguagliato.

 

L’articolo Dark Souls Remastered, Recensione Xbox One sembra essere il primo su IlVideogioco.com.

Continua la lettura di Dark Souls Remastered, Recensione Xbox One

2018 Fifa World Cup Russia, Recensione Pc

Tra qualche giorno inizieranno i Mondiali di calcio più tristi della recente storia sportiva italiana. È una ferita ancora aperta la mancata qualificazione degli Azzurri alla fase finale della Coppa del Mondo ma possiamo consolarci.

È, infatti, disponibile da qualche giorno l’aggiornamento gratuito di Fifa 18 dedicato alla massima rassegna iridata. EA Sports ha pubblicato lo scorso 29 maggio su Origin per Pc e sui rispettivi canali di distribuzione digitale di PS4 ed Xbox One, il dlc 2018 Fifa World Cup Russia che completa Fifa 18. Un modo divertente per rifarci dalle disavventure della nostra nazionale.

In questa nostra breve recensione parleremo del dlc che si propone di farci vivere l’esperienza Mondiale che nella realtà scatterà il prossimo 14 giugno con la partita inaugurale tra i padroni di casa della Russia e l’Arabia Saudita.

LE MODALITA’ DEDICATE AI MONDIALI E QUALCHE ALTRO RITOCCO

Parliamo innanzitutto dell’offerta proposta da questo dlc gratuito. Questi aggiunge in Fifa tutte le novità dedicate alla Coppa del Mondo di Russia. Una volta scaricato il file e selezionato la nuova modalità ci troveremo di fronte ad un menu realizzato con la grafica ufficiale del torneo Fifa.

Sarà quindi possibile scegliere se giocare la Coppa del Mondo con una delle 32 finaliste della fase finale suddivise negli otto gironi stabiliti dall’urna di Mosca lo scorso 1 dicembre. Ma ovviamente c’è di più. È, infatti, possibile selezionare la modalità Torneo Personalizzato per cambiare ordine dei gruppi ed anche sostituire alcune finaliste con alcune grandi escluse. Tra queste c’è ovviamente l’Italia (almeno qui) ma troviamo pure Turchia, Grecia, Olanda, USA e qualche altra estromessa di lusso.

C’è quindi la possibilità di riscrivere la storia benché questa modalità sia quasi “nascosta” e non in primo piano nel menu principale. Purtroppo non è possibile fare le qualificazioni, ossia affrontare i gironi eliminatori che portano alla Coppa del Mondo. Di fatto è un dlc e non un gioco completo. Sono lontani i ricordi di quel Fifa Road to World Cup 98 nei quali era possibile scegliere qualunque nazionale ed intraprendere il lungo cammino verso le porte dei Mondiali e giocarli anche.

Poco male, è un dlc, come abbiamo detto, e per giunta gratuito quindi, a caval donato non possiamo guardare in bocca.

Non manca la possibilità di giocare la modalità FUT (Ultimate Football Team) in chiave Mondiali con tutto quello che ne concerne e giocare le amichevoli tra le squadre qualificate e le migliori escluse. Ah, si, ed ovviamente è incluso anche un torneo online che ci fa giocare con altri utenti in rete partite in un tabellone ad eliminazione diretta a partire dagli ottavi di finale.

Le varianti finiscono qui. Ma perché, ci chiediamo noi, non inserire le Finali Classiche che erano una splendida variante di World Cup France 98?

A livello contenutistico possiamo notare l’aggiunta dei 12 stadi della Coppa del Mondo di Russia, le skin ufficiali ed anche qualche aggiornamento nei volti dei giocatori per renderli sempre più vicini alle loro controparti reali.

È stata aggiornata un po’ la telecronaca con qualche nuova frase ma non aspettatevi molto altro. Contrariamente i Fifa precedenti avevano telecronache più adatte all’evento. Qui si fanno riferimenti alla Coppa del Mondo ma manca quell’appeal che un commento dedicato e non solamente “aggiornato” può permettersi.

Mancano quelle descrizioni dettagliate su alcuni eventi della Coppa del Mondo, cose che in Fifa 2010 World Cup South Africa 2010 erano presenti. Ed i commenti di Stefano Nava che affianca Pierluigi Pardo sembrano quasi sempre forzati e fuori contesto. Gli si chiede un’analisi tecnica e sostanzialmente offre le solite frasi scontate per la serie: “per vincere bisogna segnare”.

GAMEPLAY PRATICAMENTE INVARIATO

Quello con il gioco ufficiale dei Mondiali era anche un appuntamento interessante per avere una sorta di anteprima e qualche anticipazione di quello che sarebbe stato il capitolo “ordinario” successivo della serie Fifa.

Di solito il gioco ufficiale sulla Coppa del Mondo portava miglioramenti al gameplay del Fifa precedente. Un interessante mix tra vecchio, nuovo e futuro.

Il dlc gratuito 2018 Fifa World Cup Russia 2018 non porta nulla di tutto questo. Forse qualche potenziamento alle animazioni di gioco, di certo cambia l’atmosfera rendendola più consona al pathos della competizione con scene di intermezzo graziose. Non mancano anche le chicche come la Geyser Sound dell’Islanda, visibile a fine di ogni partita vitoriosa, e qualche altra cutscene. Ma nulla più.

In campo c’è ben poco di diverso ed il gameplay è pressoché invariato e quindi con i tantissimi pregi del Fifa 18 liscio. Ovviamente cambiano i valori dei giocatori in campo con gli ultimi aggiornamenti rose ma per il resto non c’è moltissimo.

UN FLASH SUL COMPARTO TECNICO

Un po’ ne avevamo anticipato nei paragrafi precedenti. Non c’è molto altro da dire. Le aggiunte dei 12 stadi, delle 32 finaliste e di tutto quello che rende ufficiale il gioco permettono di immergersi molto bene nell’atmosfera dei Mondiali.

Gli impianti sono riprodotti molto bene, i menu sono gradevolissimi e gli aggiornamenti grafici sono un onestissimo valore aggiunto. E non c’è altro da segnalare salvo che il titolo mantiene la sua fluidità e gameplay.

COMMENTO FINALE

2018 Fifa World Cup è un aggiornamento gratuito che permette agli utenti di Fifa 18 di essere aggiornati e di giocare nella modalità dedicata alla Coppa del Mondo.

A livello contenutistico porta l’essenzialità di un dlc che offre delle modalità nuove e tutte a tema. Tale update ci permette di personalizzare il torneo a nostro piacimento cambiando il calendario reale e/o sostituendo alcune finaliste con formazioni non qualificate come ad esempio la nostra Italia o altre grandi escluse. C’è anche il Torneo Online ad eliminazione diretta (anche qui si possono scegliere se giocare con una squadra qualificata o una di quel ristretto lotto di escluse presenti, ndr), fare amichevoli e cimentarsi nell’Ultimate Team in salsa iridata.

Oltre alle rose aggiornate, alla presenza dei 12 stadi, ad un po’ di atmosfera festosa per la Coppa del Mondo, a qualche scena di intermezzo supplementare ed al miglioramento dei volti di alcuni calciatori, non ci sono tantissime altre cose da segnalare.

Dispiace solo come EA Sports probabilmente abbia fatto il compito in modo impeccabile ma senza metterci troppo di suo. Una volta, come dicevamo in precedenza, i Fifa World Cup, erano la grande occasione per avere una sorta di anteprima dei Fifa che sarebbero usciti da li a qualche mese con in più la possibilità di giocare le qualificazioni per quei Mondiali selezionando una tra le 200 rappresentative e (incredibilmente) trovando una parola di descrizione per ognuna di esse. Questo dava maggiore atmosfera. È altrettanto vero, però, che questo è un aggiornamento gratuito per cui è inutile fare confronti. Anzi, visto in quest’ottica è un buonissimo dlc che va a completare Fifa 18, titolo che come gameplay ed altro diverte sempre.

 

L’articolo 2018 Fifa World Cup Russia, Recensione Pc sembra essere il primo su IlVideogioco.com.

Continua la lettura di 2018 Fifa World Cup Russia, Recensione Pc

Slipstream, Recensione Pc

L’amore per i racing arcade in stile retro è una di quelle cariche che spingono molti sviluppatori indie a realizzare titoli in modo costante e con risultati, spesso e volentieri, molto soddisfacenti.

Diverse volte giochiamo a tributi che sono vere e proprie compensazioni a quello che avevamo giocato tanti anni addietro e che avremmo desiderato. Merito senza dubbio dell’hardware e di software ma anche dell’abilità e della passione degli sviluppatori (spesso e volentieri indie) che si cimentano in questa missione.

Tra i titoli più interessanti usciti in questo periodo piuttosto intenso, c’è sicuramente Slipstream. Sviluppato da Ansdor (al secolo Sandro Luiz de Paula), autore indipendente brasiliano, il gioco è un vero e proprio tributo ad OutRun, celebre titolo firmato da SEGA che imperversò in sala e nelle piattaforme casalinghe di tutto il mondo a metà anni ’80.

Slipstream è un vero e proprio omaggio al classico dei classici ed è stato pubblicato pochi giorni fa su Steam, lo scorso 21 maggio dopo qualche anno di lavorazione ed una campagna Kickstarter vittoriosa che permise all’autore di raccogliere quasi 7.000 dollari grazie ai quasi 500 appassionati che diedero il loro contributo. Sarà, dunque, in grado di regalare emozioni ed offrire un appeal tale da essere ricordato?

Leggete la nostra recensione per scoprirlo.

IMMAGINIAMO OUTRUN CON PIU’ CONTENUTI

Iniziamo col fatto che Slipstream propone una dinamica simile ad OutRun ma offre qualche cosa in più in termini di contenuto.

La modalità Arcade è quella regina e si comporta sostanzialmente come quella del gioco firmato SEGA. Al volante della propria vettura e si cerca di completare un percorso ad albero nel più breve tempo possibile. Per percorso ad albero intendiamo un percorso che propone dei bivi in modo da chiudere il proprio percorso personalizzato. Quindici gli stage di questa modalità per cinque traguardi finali.

C’è anche il gusto della sfida contro dei rivali che bisognerà precedere al traguardo dopo duelli a tutta velocità.

È possibile anche affrontare (fin da subito) i percorsi al contrario. Inoltre, possiamo scegliere tra cinque vetture che si differenziano per velocità massima, manovrabilità ed accelerazione.

Ma non finisce qui. Troviamo anche le modalità Quick Race e Grand Prix Nella prima si fa una corsa su uno dei 15 scenari standard messi a disposizione. Queste gare si svolgono in circuiti chiusi, negli stessi scenari della modalità Arcade ma senza i bivi in una sorta gran premio. Si può personalizzare il numero dei partenti e quello dei giri da percorrere nonché la propria posizione sulla griglia di partenza.



Di interesse è senza dubbio l’appendice Grand Prix che offre dei veri e propri campionati a punti con premi in denaro per i primi 8 classificati (come in Formula 1 dal 2003 al 2009 visto che il sistema di punteggio è lo stesso ed assegna 10 punti al primo, 8 al secondo, 6 al terzo 4 al quinto 3 al sesto, 2 al settimo ed uno all’ottavo).

I premi in denaro servono per potenziare le componenti della propria vettura. Tre le tipologie. Si potranno migliorare il motore (per la velocità massima) le marce (che influiranno sull’accelerazione) e le gomme che aggiorneranno la guidabilità.

Ogni campionato ha cinque gare.

ARRIVERANNO L’EDITOR DEI TRACCIATI E IL MULTIPLAYER LOCALE

A questo quadro contenutistico tutto sommato positivo considerando che si tratta di un racing arcade indie in chiaro stile retrò, c’è anche la volontà, riportata anche sulla pagina Steam, di aggiungere ulteriori contenuti come ad esempio un editor di tracciati e una modalità multiplayer fino a 4 giocatori in locale. Sarebbe probabilmente la ciliegina sulla torta.

FACILE DA IMPARARE MA UNA SFIDA ARDUA

Il gameplay di Slipstream è semplice da imparare ma difficile da padroneggiare. Il motivo è presto detto: le gare impongono un sapiente utilizzo della derapata ma non sempre questa si riesce a fare. Resta comunque imperativo saper giocare di grilletti (freno ed accelerazione) per poterla attivare ed affrontare le curve in modo più rapido. Inoltre, i contatti sia con le vetture che con lo scenario fanno rallentare moltissimo.

Diversamente si farà troppa strada nella modalità Arcade mentre in Grand Prix o Quick Race, il tutto diventa molto complicato. Anche perché nelle prime gare, trovare la zona punti diventa arduo e senza risultati sarà impossibile migliorare la vettura palesemente inferiore alle altre.

I comandi hanno il feeling del retro ma non sono immediatissimi. Bisogna prendere la giusta confidenza per saper agire col tempismo giusto. Un po’ come nei vecchi arcade. Una volta presa la mano e le giuste tempistiche, tutto diventa familiare. Questo crea il grado di sfida adatto a chi ama mettersi a dura prova. Anche se a tratti, queste prove sono realmente ostiche.

GRAFICA EVOCATIVA, OTTIME MUSICHE



La magia della pixel art è un fenomeno affascinante. L’effetto del vecchio applicato a giochi nuovi per ritrovare il sapore degli anni ’80 e ’90 può essere un’arma a doppio taglio, ma non in questo caso.

Uno dei tratti distintivi di Slipstream è senza dubbio la sua grafica che ricorda moltissimo (a volte troppo) quella del grande classico SEGA al quale si ispira. Alcuni stage sembrano “cugini” molto stretti. Ammiriamo 15 diversi scenari di ogni genere, da quello cittadino ai prati in fiore o, ancora, al tracciato su spiaggia (Resort Island) che ci riporta alla mente lo stage iniziale di OutRun. Non mancano anche gli effetti meteo come la pioggia, la neve, o gareggiare in diverse condizioni di luce. Tante piccole chicche sono presenti, avvalorate anche da una palette di colori vivacissima.

Il tutto grazie ad un motore di gioco pseudo 3d con grafica 2d in grado di accendere subito i ricordi. Vale la pena ricordare come l’engine di gioco sia custom, ossia realizzato dallo sviluppatore stesso fatto specificatamente per questo titolo. I vari scenari sono deliziosi e tra questi c’è pure quello ispirato al Partenone. Bene anche le animazioni dove spiccano gli impatti violenti con lo scenario che fanno letteralmente volare la nostra vettura mentre quelli con le altre macchine ci fanno andare in testacoda.

Generalmente, comunque, l’aspetto è un inno ad OutRun. Così come le musiche scritte da Stefan Moser. Davvero gradevoli.

Ci sono inoltre, i vari effetti grafici da applicare. Pixel, CRT, NTSC ed altri filtri per accentuare l’effetto retro.

COMMENTO FINALE

Slipstream è un titolo in versione “finale” ancora in evoluzione benché sia uscito su Steam qualche giorno fa. Sia chiaro, non stiamo parlando di un titolo in Early Access, non ci sogneremo mai di recensire un titolo non ancora completo, ma è chiaro che lo sviluppatore lo stia ulteriormente puntellando anche sul piano dei bug fix come è ormai consuetudine nel mercato di oggi.

Poco male perché quello che offre questa produzione indie è sufficiente a fare apprezzare tanti aspetti. Colpisce di Slipstream l’aspetto grafico con ambientazioni veramente deliziose e musiche molto azzeccate. Un mix che è un inno d’amore ad OutRun ma anche ed in generale ai racing di una decade che va dalla metà degli anni ’80 alla metà degli anni ’90. Fascino ed a tratti magico, il richiamo a questo periodo offerto dal gioco.

Stesso dicasi per il gameplay. Facile nella sua teoria, difficile metterlo sempre in pratica. La derapata è la chiave di tutto ma questa non è semplicissima padroneggiarla a dovere sempre. A questa sfida si aggiungono anche le modalità Quick Race e Grand Prix con quest’ultima che ci permette di fare campionati veri e propri su più corse con classifiche cumulative. È un po’ come se OutRun si unisse a Lotus Esprit Turbo Challenge collegando il pittoresco viaggio della modalità Arcade ai campionati agonistici. Un peccato per le difficoltà iniziali che oggettivamente potrebbero scoraggiare i meno avvezzi. Bisogna avere pazienza: i risultati arriveranno.

L’azione è sufficientemente veloce e le animazioni fanno il resto. La longevità presto potrebbe avere un’impennata grazie all’implementazione prevista dell’editor dei tracciati. È prevista anche una modalità multiplayer in locale fino a quattro giocatori con schermo condiviso.

Insomma, Slipstream va preso per quello che è, un racing arcade vecchia scuola e dal fortissimo sapore retro, frutto di una produzione a bassissimo costo ma dal grande dispendio di energie da parte dell’unico sviluppatore. Un inno d’amore di buon livello ma forse ancora troppo ostico per le nuove generazioni. Gli amanti delle sfide, invece, avranno pane per i loro denti. Se siete tra questi, e soprattutto se amate OutRun, Slipstream deve far parte della vostra collezione. Lo apprezzerete.

 

L’articolo Slipstream, Recensione Pc sembra essere il primo su IlVideogioco.com.

Continua la lettura di Slipstream, Recensione Pc