Agony, Recensione PS4

Quando Agony venne annunciato a maggio del 2016, fece subito parlare di sé per via di un’ambientazione a suo modo affascinante seppur inquietante, suscitando di fatto una certa curiosità nel pubblico.

L’idea di dover fuggire addirittura dall’Inferno finì per stuzzicare gli appetiti di tanti utenti, grazie anche alle successive dichiarazioni degli sviluppatori, Madmind Studio, che prometteva mirabilie e un’esperienza sconvolgente in grado di spaventare il giocatore. Ora finalmente che è arrivato nei negozi possiamo vedere se il team ha mantenuto o meno le promesse fatte. Vi parleremo della versione PS4.

FUGA DALL’INFERNO

Senza svelarvi troppo sulla storia, diciamo che essa racconta di un’anima dannata che cerca letteralmente di fuggire dall’Inferno, dov’è finita senza avere alcun ricordo dei motivi che l’hanno portata lì. Unica possibilità di capire qualcosa e di trovare una via d’uscita sembra essere legata alla figura di una misteriosa dea rossa.

Più facile a dirsi che a farsi, visto che il giocatore deve muoversi alla cieca in ampi livelli aperti popolati da mostruosità di ogni tipo e pieno zeppo di violenze, di corpi martoriati e mutilati. Perché Agony è un titolo avventuroso con la visuale in prima persona che punta idealmente molto sull’esplorazione, sulla strategia stealth e sulla punizione, visto che la maggioranza dei nemici sono troppo potenti da combattere (uccidono al primo colpo) e solo scoprendo le strade più sicure, adottando le dovute tattiche diversive e di fuga, si può progredire di area in area.

Diverse le opzioni per muoversi nell’ombra, la maggior parte delle quali purtroppo molte volte inefficaci a causa di bug e meccaniche mal orchestrate e implementate.

Per esempio, per crearsi un varco, si può cercare di distrarre i nemici attirando altrove la loro attenzione, magari lanciando qualcosa lontano dal punto in cui ci si trova, così da allontanarli. Peccato che i demoni abbiamo un’intelligenza artificiale nella media e routine comportamentali insolite che li portano a compiere le azioni più disparate e talvolta insensate.
Così, oltre a rimanere bloccati in determinate zone, impedendo di fatto ogni tipo di manovra per aggirarli o evitarli per passare, spesso non reagiscono adeguatamente ai suoni. Pertanto  pur lanciando un oggetto per distrarli, rimangono fermi o se si voltano, magari scattano contro il protagonista piuttosto che nel punto in cui questi ha buttato l’esca.

Per fortuna che col tempo le cose si fanno leggermente più facili, in particolare quando il protagonista diventa più forte e può impossessarsi dei corpi di alcune tipologie di demoni, e quindi muoversi e difendere a dovere. Ma quanti faranno lo sforzo di arrivarci? All’inizio è una vera tortura, considerando che gli unici che si possono controllare sono i Martiri, creature deboli e inutili, e che per farlo occorre superare un mini gioco che si rivela fastidioso a seconda del momento.

ERRORI FATALI

Quando il personaggio muore si trasforma poi in un’anima e in quella forma ha a disposizione alcuni minuti per provare a trovare un nuovo corpo, pena l’obbligo di ripartire dall’ultimo checkpoint. Dopo tre morti definitive, si è costretti a ripartire da un punto addirittura precedente a quello dove il giocatore ha salvato! Cosa davvero frustrante che costringe a dover ripercorrere intere zone di gioco. Il titolo, insomma, non spinge l’utente ad andare avanti, a invogliarlo nella sua esplorazione.

Anzi, così facendo quasi lo respinge, perché morire nel gioco, come scritto prima, è quasi una costante nelle prime ore. Chiara l’ispirazione a Dark Souls, ma con un particolare importante: in Agony non si impara dai propri errori e questi non sono dovuti al giocatore in sé, ma a delle meccaniche, come detto, male ottimizzate. La componente horror diventa così legata a uno stile visivo particolare e alla perenne sensazione di essere debole, di non potersi difendere troppo dai mostri che pullulano in quel regno dannato e di dover ricominciare di nuovo alcune aree.

Esplorare è anche importante per comprendere la storia, visto che il gioco propone una narrazione criptica che fa idealmente l’occhiolino anche qui a Dark Souls nel volerla raccontare attraverso le immagini, gli oggetti e l’interazione con alcuni dannati sparsi in giro per le mappe. L’unico aspetto dove Agony sembra funzionare davvero è quello della messa in scena, dove a dispetto di una grafica che non fa gridare al miracolo e qualche glitch, almeno su PlayStation 4, riesce però a regalare al pubblico uno degli Inferni forse più terrificanti, brutali e “credibili” (se esistesse davvero un luogo simile) della storia dell’intrattenimento, non solo videoludico.

Grotte e gallerie infuocate e pulsanti di carni e forme contorte, corpi straziati e demoni dall’aspetto tra il grottesco e il ripugnante, come le sensuali quanto letali Onoskelis, che al posto della testa hanno un’enorme vagina dentata, compongono un mosaico affascinante nel suo orrore. Il mondo di Agony sembra partorito dalla mente contorta di un demone vero e proprio, con scenari e creature che strizzano l’occhio a quelli di artisti come Clive Barker, Guillermo del Toro, Paolo Eleuteri Serpieri e Hans Ruedi Giger, col sangue che scorre a fiotti e urla di dolore, lamenti, sospiri e ruggiti di creature demoniache e vittime ad accompagnare il tutto.

COMMENTO FINALE

Agony poteva essere una sorta di Dark Souls in soggettiva ambientato all’Inferno, invece ci ritroviamo davanti a un titolo con un gameplay sbilanciato, specie all’inizio, delle meccaniche poco ottimizzate e una serie di fastidiosi bug che minano parte dell’esperienza rendendola a tratti particolarmente frustrante.

E non bastano un’azzeccata messa in scena, un’ottima direzione artistica, sette finali e una modalità aggiuntiva con camere generate casualmente per rendere pregevole il prodotto, se il tutto non è accompagnato da una struttura di gioco solida e convincente. Consigliato solo a coloro che, muniti di tanta pazienza, sono disposti a chiudere un occhio su certe magagne del gameplay per visitare un mondo visivamente estremamente intrigante.

 

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Fonte: Agony, Recensione PS4